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ISTITUTO DELLA REALE CASA DI SAVOIA CENTRO STUDI COMUNICATO STAMPA 8 SETTEMBRE 1943: CHI TRADÌ DAVVERO?

La vulgata storica predominante relativa ai fatti del settembre 1943 è intrisa di falsità ideologiche, la cui ge- nesi risale a quel periodo, quando, per motivi politici e bellici, le forze avverse alla Monarchia nazisti, fasci- sti, comunisti, azionisti etc...) diedero voce ai loro megafoni. Ripetuto continuamente, e molto comodo anche per i repubblicani, questo grosso imbroglio, che priva gli italiani d’una parte del loro patrimonio storico, persegue il fine enunciato da Lenin: “Una bugia ripetuta cento volte diventa realtà”. L’Istituto non si rassegna all’inganno e propone una sintesi storica documentata di quei giorni. L’8 Settembre 1943 il Maresciallo Badoglio diede per radio la notizia dell’armistizio con gli anglo-americani. La vulgata dei nazisti, dei repubblicani di Salò e del C.L.N. fu concorde nel qualificare questo armistizio co- me un tradimento, perpetrato ai danni della Germania. Molti scrittori, certamente quelli più conosciuti dal grande pubblico, hanno accettato e confermato questa tesi che, però, contrasta con i fatti. Ecco il perché: 1. nel 1943 era chiarissimo a tutti che la coalizione formata da Italia, Germania e Giappone oltre ad un certo numero di altri stati minori, come la Romania, l’Ungheria e la Finlandia) aveva perso irrimediabil- mente la guerra. La pesante sconfitta subita dai tedeschi a Kursk e lo sbarco anglo-americano in Sicilia, cominciato il 10 Luglio 1943, ne erano una precisa conferma. 2. L’Italia come già l’Austria-Ungheria nel 1918) era di fronte ad un bivio: chiedere un armistizio o es- sere del tutto distrutta, continuando a sacrificare militari e civili in una guerra ormai persa. In un tal fran- gente, è dovere di chi guida una nazione concludere al più presto il conflitto, per evitare sacrifici inutili[1]. Ne erano consci anche in Germania, dove solo il fanatismo di Hitler e dei suoi numerosi seguaci si oppo- neva ad una pace negoziata. 3. Italiani e tedeschi avevano combattuto gomito a gomito sin dal Giugno 1940. Il nostro esercito, pur riportando numerose vittorie in importanti fatti d’arme[2], si era esaurito in tre anni di lotta valorosa e du- rissima, contro nemici più potenti e su fronti estesissimi. I militari germanici sapevano benissimo tutto questo. 4. Già con l’Aprile 1943, il Principe ereditario Umberto di Savoia e suo cognato, Filippo d’Assia-Kassel, si accordarono per manifestare ad Hitler la loro convinzione che Italia e Germania dovessero uscire dal conflitto. Il colloquio avvenne a Klessheim in quello stesso mese, ma senza risultato[3]. Hitler voleva trasformare l’Italia in un campo di battaglia, che rallentasse il più possibile l’avanzata degli alleati verso la Germania. 5. L’Italia fu quindi costretta a far da sé. Il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo votò a favore di un ordine del giorno, comunicato pre- ventivamente a Mussolini. In esso si prevedeva, fra l’altro, la restituzione al Re di tutti i poteri che gli spettavano in base allo Statuto del Regno, ivi inclusa, recitava il testo, “quella suprema iniziativa di deci- sione che le nostre Istituzioni a lui attribuiscono”. Continua a pagina 2) ISTITUTO DELLA REALE CASA DI SAVOIA - Centro Studi “Chi tradì davvero?” - 08/09/10 Continua da pagina 1) 6. In una situazione così disperata, Re Vittorio Emanuele III non si tirò indietro, ma fece il suo dovere di sovrano costituzionale, accettando le dimissioni di Mussolini e formando il nuovo governo. Il 28 luglio, lealmente, il Re propose a Hitler un incontro. Il dittatore tedesco rifiutò. Il governo intavolò trattative di pace con gli alleati[4]. 7. Questi ultimi rifiutarono ogni trattativa, imponendo una resa incondizionata militare, così come aveva- no già deciso nel gennaio 1943 a Casablanca. 8. Appresa la notizia dell’armistizio, la notte sul 9 settembre i tedeschi attaccarono unità militari Italiane senza alcuna dichiarazione di guerra, attuando un piano già organizzato e realizzato nelle sue fasi iniziali) sin dall’Aprile 1943[5], cioè cinque mesi prima dell’armistizio[6]. Non fu perciò l’Italia a cambiare fron- te: furono i nazisti a farlo, invadendoci e preparandosi a colpirci alle spalle mentre ci stavamo ancora di- fendendo da un altro nemico gli anglo-americani) e sfruttando la nostra situazione militarmente molto confusa com’è naturale quando si è al punto di dover chiedere un armistizio). 9. Non bisogna infine dimenticare che la Germania aveva già tradito l’Italia in numerose occasioni[7]e che ne tradì una parte anche successivamente, nell’Aprile 1945, quando il Comando Germanico in Italia , senza dir nulla alla R.S.I. di Mussolini, stipulò l’armistizio con gli anglo-americani. In conclusione: i tedeschi sapevano bene che l’Italia non poteva continuare la guerra. Lo sapevano anche formalmente già dall’Aprile 1943, per iniziativa del Principe Ereditario Italiano e di suo cognato. Non si può perciò parlare di tradimento Italiano. Si deve invece parlare di tradimento tedesco, giacché fu la Germania ad aggredire alle spalle l’Italia, per proprio esclusivo interesse e senza alcuna dichiarazione di guerra. 8 SETTEMBRE 1943: GLI ORDINI C’ERANO A Re Vittorio Emanuele III viene spesso rivolta l’accusa di aver lasciato l’esercito senza ordini alla data dell’- armistizio. In realtà, le cose andarono diversamente. Una premessa indispensabile: in ogni Monarchia Costituzionale ed in ogni Repubblica) il Capo dello Stato, pur essendo nominalmente capo delle forze armate, non interviene direttamente nell’azione di comando. Il motivo è molto semplice: anche quando un Sovrano od un Presidente hanno una formazione militare, è evi- dente che il comando delle forze armate deve essere affidato alle persone più tecnicamente preparate in ma- teria, cioè agli ufficiali di carriera. Tutt’al più, il Presidente od il Re intervengono in situazioni d’estrema gravità, quando sono in gioco i destini della Nazione. Anche in questi casi, però, si limitano a prendere poche decisioni, quelle principali, lasciando ovviamente ai quadri dell’esercito la loro esecuzione[8]. Al di là della bontà delle decisioni prese dal vertice dello Stato, è evidente che il risultato finale dipende moltissimo sia dai vincoli imposti dalle situazioni di fatto sia dal modo in cui le decisioni del Capo dello Stato vengono messe in pratica. Torniamo al tema specifico di questo paragrafo: 1. La possibilità che i tedeschi aggredissero l’Italia subito dopo la proclamazione dell’armistizio era ben nota a tutti i militari Italiani, soprattutto agli ufficiali superiori. Naturalmente, non vi era la certezza che ciò sarebbe successo, ma, giustamente, lo si riteneva estremamente probabile. 2. D’altra parte, è evidente che, in virtù del patto d’alleanza stipulato il 22 Maggio 1939, l’Italia non po- tesse arbitrariamente voltare i cannoni in faccia ai tedeschi per il solo fatto di aver chiesto un armistizio agli anglo-americani. Quando venne compilato il proclama che il Maresciallo Badoglio lesse alla radio la sera dell’8 Settembre 1943, ci si rese conto che non si poteva ordinare di attaccare i tedeschi. Bisognava invece impartire ordini per il caso in cui i tedeschi avessero attaccato per primi[9]. Ecco il significato della frase chiave di quel proclama: “le forze armate Italiane reagiranno ad attacchi di qualunque altra prove- nienza”. Un significato ben chiaro a chiunque, dal più blasonato generale al più piccolo soldato. D’altra parte, quale avrebbe potuto essere questa “altra provenienza”, se non quella tedesca? 3. Ma c’è molto di più. Nella sostanza, tenendo conto del rapido evolversi della situazione, l’ordine di resistere ai tedeschi era già stato impartito con il Foglio 111 CT di metà agosto, con la memoria OP 44 e relativo ordine applicativo[10]), con la memoria OP 45 e con i promemoria n. 1 e 2. Fu infine confermato Continua a pagina 3) ISTITUTO DELLA REALE CASA DI SAVOIA - Centro Studi “Chi tradì davvero?” - 08/09/10 Continua da pagina 2) sia dal telegramma 24202, indirizzato a tutti i comandi periferici alle ore 02 del 9 settembre, sia dall’ordi- ne impartito dal Comando generale di Brindisi l’11 settembre. Gli ordini, perciò, c’erano e infatti furono eseguiti eroicamente in moltissimi casi, come vedremo in un prossimo paragrafo[11]. 4. Ma vi fu chi preferì non eseguire questi ordini, approfittando del clima di confusione, peraltro inevita- bile, di quel momento. E per giustificarsi inventò la favola della loro mancanza, ben presto sfruttata in chiave anti-monarchica) da CLN, comunisti, R.S.I. e nazisti e poi perpetuata nei decenni seguenti dagli storici conformisti. In conclusione: gli ordini c’erano, ed erano estremamente chiari. Fu la propaganda anti-monarchica che af- fermò il contrario, contribuendo tra l’altro a coprire chi aveva preferito non compiere il proprio dovere. LA PARTENZA DA ROMA DI RE VITTORIO EMANUELE III Al terzo Re d’Italia viene spesso contestato il fatto d’aver lasciato Roma il 9 Settembre 1943, sostenendo che fu un atto di vigliaccheria. Ecco, però, i fatti: 1. In un momento così delicato, il Re, in qualità di Capo dello Stato, aveva il dovere di evitare che l’Italia cadesse in balia dei tedeschi o degli anglo-americani, che avrebbero senza dubbio disposto a loro piaci- mento del nostro Paese, creando un governo fantoccio ai propri ordini[12]. Era quindi assolutamente ne- cessario dare continuità alle istituzioni Italiane legittime, innanzi tutto formando un nuovo governo e met- tendolo in grado di agire liberamente. 2. Per riuscire in questo intento era necessario evitare la cattura da parte dei nazisti che progettavano la deportazione dell’intera famiglia reale già dal Luglio 1943[13]), rimanendo però in Italia. In quel momen- to, la Puglia offriva questa possibilità, così il Re si trasferì con il governo a Brindisi[14]. 3. Roma non poteva essere difesa. Infatti, accogliendo l'appello di Papa Pio XII, per evitare sofferenze inutili alla popolazione e danni gravi al patrimonio artistico, il governo italiano aveva dichiarato Roma ´città aperta´ sin dal 31 Luglio 1943[15]. 4. E’ vero che il Principe ereditario Umberto di Savoia chiese di poter rimanere nella capitale, ma infine anch’egli comprese che non poteva essere messa a repentaglio la vita dell’ erede al trono, proprio per evi- tare che l’Italia rimanesse abbandonata a sé stessa [16]. 5. Le modalità del trasferimento a Brindisi, pur effettuato velocemente a causa del rapidissimo succedersi degli eventi, non assomigliarono certo a quelle di una fuga: l’auto reale, con le sue insegne bene in vista, precedette tutte le altre, imboccando la via Tiburtina alla volta di Ortona, ove avvenne l’imbarco sulla R.N. “Baionetta” la quale, scortata dall’incrociatore R.N. “Scipione l’Africano”, raggiunse la città puglie- se nel primo pomeriggio del giorno 10[17]. 6. Nella situazione confusa di quei giorni, resa ancor più drammatica dall’improvviso cambiamento della strategia anglo-americana divenuta da un momento all’altro incomprensibile, timida ed incerta), Vittorio Emanuele III sapeva bene che i suoi avversari politici avrebbero avuto buon gioco nell’accusarlo strumen- talmente di vigliaccheria, ma scelse di sacrificare la sua immagine per il bene dell’Italia. 7. Con il trasferimento a Brindisi, di fatto il Re e il Governo italiani riuscirono a rimanere gli unici inter- locutori legittimi per gli anglo-americani e impedirono che l’Italia venisse smembrata. Gli alleati, infatti, avevano già deciso di dividere la nostra Patria, assegnandone il nord-est fino a Milano) agli jugoslavi, la Puglia e parte del meridione alla Grecia, Roma alla tutela del Pontefice e tutto il resto agli inglesi.[18] La presenza di un Governo legittimo vinse anche le spinte secessionistiche siciliane. 8. In circostanze per molti versi simili, lasciarono la capitale del loro paese la Regina Guglielmina d’O- landa che nel 1940 si rifugiò in Inghilterra), il Re Alberto I del Belgio il quale, durante la prima guerra mondiale, si rifugiò nell’unico lembo di terra belga ancora non invaso dal nemico, per poter continuare ad esercitare le sue alte funzioni istituzionali), il Re e il Governo greci che ripararono in Sudafrica), il Gen. De Gaulle e il Governo della “Francia libera” che si trasferirono a Londra) e persino il dittatore sovietico Stalin che con i tedeschi vicino a Mosca si trasferì con il suo governo a Sveldrowsk, negli Urali). Nessu- no di loro fu mai accusato di essere fuggito, perché, come la storia ha sempre dimostrato, la salvezza del Capo dello Stato significa la salvezza della Patria. Continua a pagina 4) ISTITUTO DELLA REALE CASA DI SAVOIA - Centro Studi “Chi tradì davvero?” - 08/09/10 Continua da pagina 3) In sintesi: era preciso dovere del Re lasciare la capitale, sia perché in quel momento l’Italia aveva un estre- mo bisogno di essere difesa anche ad alto livello, sia perché le gravi condizioni della Patria richiedevano a- zioni di governo immediate, che non potevano certo essere delegate ad alcun altro paese [19]. LA GUERRA DI LIBERAZIONE La Monarchia sabauda viene spesso accusata di non aver contribuito alla cosiddetta “guerra di liberazione”, cioè alla lotta contro i nazisti e i nazi-fascisti della Repubblica Sociale Italiana. L’accusa è totalmente infondata. Ecco i fatti che lo dimostrano: 1. basandosi sul giuramento di fedeltà al Re e sul contenuto degli ordini diramati[20], lo Stato fece il pos- sibile per reagire all’aggressione tedesca. 2. Esso poteva contare: − sulle forze armate, composte da unità presenti sia all’interno sia all’esterno del territorio nazionale; − sulle formazioni partigiane monarchiche. Queste unità, dette anche “autonome” perché non politi- cizzate, erano costituite proprio da militari che, sorpresi dall’armistizio in territorio sotto controllo tedesco e non potendo raggiungere il sud[21], prima rifiutarono d’arrendersi e poi si diedero alla macchia, conti- nuando la lotta sotto forma di guerriglia armata[22]; − sulle organizzazioni monarchiche clandestine, come l’ “Organizzazione Franchi” di Edgardo So- gno, l’ “Organizzazione Otto” del prof. Otto Balduzzi e il “Centro Militare”, diretto in Roma dal colonnel- lo Giuseppe Cordero di Montezemolo[23], che coordinava tutte le azioni di resistenza nell’Italia centrale. E ancora le attività di Amedeo Guillet già eroe della guerriglia italiana in Africa orientale) e di Giorgio Perlasca che, fingendosi ambasciatore spagnolo a Budapest, salvò, a suo rischio, circa 5.000 ebrei unghe- resi. − sul Quartier Generale di Brindisi che, alle dirette dipendenze del Re, in contatto con gli alleati e qualche volta persino in contrasto con essi, diresse e supportò tutte le attività, da quelle clandestine a quel- le sui campi di battaglia. 3. Nel sud del paese l’Esercito Regio[24]ebbe il battesimo del fuoco a fianco degli alleati nelle due batta- glie di Monte Lungo. Partecipò agli scontri, valorosamente, anche il Principe Ereditario Umberto[25]. L’esercito continuò in questo suo sforzo generoso fino al termine del conflitto, liberando molte città italiane e riscuotendo vivi elogi da tutti i comandanti alleati che lo ebbero alle dipendenze[26]. 4. Fuori dalla penisola, e specialmente in Sardegna e in Corsica, nei Balcani, a Cefalonia e Corfù, in Ege- o, Albania e Dalmazia, la resistenza delle forze armate italiane fu eroica[27]. 5. Furono decine di migliaia i militari e i semplici monarchici che, catturati dai tedeschi e deportati in campi di concentramento, rifiutarono di collaborare con i nazisti, sacrificando la loro libertà per non tradi- re il Re e, con lui, la Patria. Almeno 70.000 pagarono la loro fedeltà con la morte[28]. In conclusione: fedeli al giuramento prestato al Re ed eseguendo gli ordini ricevuti, le forze fedeli alla Mo- narchia, sorrette per quanto possibile dal Quartier Generale di Brindisi, si sacrificarono generosamente nel- la lotta di liberazione e costituirono il maggior fattore italiano di resistenza al nazismo. Istituto della Reale Casa di Savoia Centro Studi Continua a pagina 5) ISTITUTO DELLA REALE CASA DI SAVOIA - Centro Studi “Chi tradì davvero?” - 08/09/10 Continua da pagina 4) Note [1] Il grande statista tedesco Bismarck 1815 – 1898) affermò in proposito: “Nessuna nazione è obbligata dai suoi impe- gni a sacrificare se stessa sull’altare di un’alleanza”. [2] Furono innumerevoli le occasioni in cui si manifestò il valore dei nostri soldati, sia prima sia dopo l'8 Settembre del 1943. Alcuni esempi: le battaglie di El Mechili, Cheren, Gondar, Amba Alagi, Bir El Gobi, El Alamein gli Italiani, nono- stante la superiorità di mezzi nemica, respinsero tutti gli attacchi degli alleati, che sfondarono il fronte solo a nord, in un settore di presenza tedesca), passo Kasserine e l'ultima difesa della Tunisia gli Italiani furono gli ultimi a deporre le armi), così come le battaglie di Montelungo, i fatti di Cefalonia e Corfù, le cariche di cavalleria di Jagodnij, Isbuschenskij e Poloj, le imprese dei marinai Italiani contro le munitissime basi navali Inglesi di Suda, Gibilterra ed Alessandria e quelle dei nostri sommergibili basti ricordare i comandanti Conte Fecia di Cossato e Mattioli), le battaglie aeree in nord Africa e sopra Malta, i prodigi degli aerosiluranti di Buscaglia, Graziani e Faggioni e dei caccia di Visintini, Martinoli e Lucchini. In molte occasioni, il valore Italiano fu tale che ai nostri combattenti, pur sconfitti, un nemico altero come quel- lo inglese tributò spontaneamente l'onore delle armi. Ricordiamo anche quanto affermò il famoso generale tedesco Rommel dopo la vittoria tutta Italiana di El Mechili: “Il sol- dato tedesco ha stupito il mondo. Il bersagliere Italiano ha stupito il soldato tedesco”. [3] La vendetta di Hitler si consumò qualche mese dopo, con l’internamento della Principessa Mafalda di Savoia sorella di Umberto e moglie di Filippo) nel campo di concentramento di Buchenwald, ove morì. Filippo d’Assia – Kassel fu inter- nato nel campo di Flossemburg. [4] Decisioni analoghe, in situazioni simili, furono prese da altri paesi, prima e dopo il Settembre 1943. Ecco alcuni e- sempi: − nel 1918, dopo la sconfitta subita a Vittorio Veneto, l’Austria-Ungheria alleata della Germania) chiese separata- mente un armistizio all’Italia. Non poteva fare altro, avendo ormai perso la guerra. E nessuno si sognò d’accu- sarla di tradimento. Neppure i tedeschi, che rimasero da soli contro l’Intesa che in quel momento raccoglieva tra gli altri Italia, Francia, Inghilterra e Stati Uniti d’America); − in circostanze del tutto simili, nel 1940 la Francia alleata dell’Inghilterra) chiese un armistizio alla Germania, lasciando da sola la Gran Bretagna; la quale, peraltro, nel dicembre 1940 chiese la mediazione della Santa Se- de per una pace separata con l’Italia, sulla base degli accordi italo-inglesi del 1938; − Il 3 Settembre 1944 la Finlandia firmò un armistizio con l’Unione Sovietica, svincolandosi così dall’alleanza con la Germania. Il presidente finlandese Mannerheim affermò che “il popolo finlandese, nella sua precaria situazio- ne, aveva la libertà d’agire secondo i propri interessi”; − Il caso rumeno presenta anche maggiori affinità con quello Italiano. Il 22 Agosto 1944 Re Michele I liberò il suo paese dall’alleanza con la Germania ordinando alle sue truppe di cessare i combattimenti. La reazione tedesca fu senza alcuna dichiarazione di guerra) quella di aggredire la Romania, che reagì combattendo contro l’ex alle- ato, proprio mentre si scatenava, nella zona di Jassy, una grande offensiva sovietica. La parte meridionale del fronte orientale tedesco crollò completamente. [5] Secondo alcune fonti, questa operazione fu denominata “piano Alarico”, dal nome del capo dei Visigoti che invase e cominciò a saccheggiare l’Italia nel 401 d.c. [6] Già in Aprile, il famoso generale tedesco E. Rommel fu incaricato da Hitler di istituire un comando di gruppo d’arma- te per organizzare l’entrata di truppe tedesche in Italia. [7] Per esempio, con il “patto d’acciaio” del maggio 1939, Hitler garantì all’Italia che non avrebbe provocato guerre per almeno tre anni: meno di tre mesi dopo informò gli Italiani che intendeva attaccare la Polonia. Un altro esempio: nel patto “Anticomintern”, la Germania aveva preso l’impegno, anche con l’Italia, di non accordarsi con l’URSS, ma il 23 Agosto 1939, come se nulla fosse, venne stipulato il cosiddetto “patto di non aggressione” con Stalin, in realtà un accordo per l’aggressione simultanea e la spartizione della Polonia, dei tre Stati baltici, della Finlan- dia e della Romania. Ancora: a Monaco, nel 1938, Hitler aveva promesso ai rappresentanti d’Italia, Inghilterra e Francia di rispettare l’autonomia della Cecoslovacchia, ottenendo in cambio la regione dei Sudeti. Ma sei mesi dopo si annettè con la forza l’intero territorio cecoslovacco. Persino Mussolini concordava sul tradimento tedesco; infatti, durante la riu- nione del Gran Consiglio del fascismo del 24 e 25 Luglio 1943, Ciano affermò riferendosi alla Germania): “Siamo stati in qualche modo traditi”. Mussolini rispose: “Verissimo” cfr. “Il Giornale”, 24-07-2003). Ma non basta: mentre l’Italia stava ancora combattendo al fianco dei tedeschi, questi organizzarono un attentato ai dan- ni del Re, della Regina e del Principe Ereditario, che fu sventato dalla polizia italiana. cfr. la lettera di Badoglio del 16- /10/43 all’Ambasciatore Paulucci) [8] Fu così non solo dopo il 25 Luglio 1943, con la decisione dell’armistizio, ma anche, per esempio, nel Novembre del 1917, quando S.M. Vittorio Emanuele III impose agli alleati francesi e britannici la sua decisione di arrestare l’offensiva germano-austro-ungarica sulla linea del Piave. In entrambi i casi, il Re salvò la Patria da ben più tristi destini. Fra i tanti esempi stranieri accenniamo a quello russo: alla fine del 1915, in piena prima guerra mondiale, lo Zar Nicola II decise di assumere direttamente il comando dell’esercito, in grave difficoltà. Lo Zar si trasferì al quartier generale e supervisionò la condotta delle operazioni, lasciando naturalmente ai militari di carriera le decisioni tecniche. Da quel momento, le truppe russe non fecero più un passo indietro. Tutto crollò, invece, con il colpo di stato repubblicano. Continua a pagina 6) ISTITUTO DELLA REALE CASA DI SAVOIA - Centro Studi “Chi tradì davvero?” - 08/09/10 Continua da pagina 5) [9] Già il 26 Luglio 1943 le armate di Hitler avevano oltrepassato il Brennero, spingendosi in Veneto ed in Liguria, verso il centro dell’Italia. Gli attacchi a unità italiane cominciarono la notte dell’8 settembre. [10] Tre ufficiali superiori di Stato Maggiore del Comando Supremo, situato a Monterotondo, telefonarono personalmen- te l’ordine, “in telefonia segreta”, a tutti i Comandi ai quali era stata inviata la OP 44 cfr. Torsiello, in “Rivista Militare”, la rivista ufficiale dell’Esercito, 3 marzo 1952). [11] Basti ricordare, per ora, che intere divisioni eseguirono questi ordini, come risulta anche dal diario ufficiale di guerra tedesco per il 1943. Citiamo, ad esempio, la “Venezia”, la “Taurinense”, l’ ”Ariete”, la “Bergamo”, la “Acqui”, la “Piave”, la “Pinerolo”, la “Perugia” e la “Firenze”. [12] Un caso simile, ad esempio, si ebbe in Ungheria nell’Ottobre 1944, quando i nazisti catturarono l’ammiraglio Horthy e crearono il governo fantoccio del maggiore Ferenc Szàlasi. Gli archivi federali statunitensi confermano, a loro volta, che il 20 Agosto 1943 gli anglo-americani minacciarono il Re di costituire un governo fantoccio al sud. [13] Gli stessi servizi segreti americani confermarono il piano di cattura nazista in data 4 Settembre 1943. L’attentato fu confermato da Badoglio all’Ambasciatore italiano Paulucci, nella lettera riservata del 16 ottobre 1943. Ne parla anche un nemico di Casa Savoia, il nazista Eugen Dollmann, nel suo libro “Roma Nazista – 1937 / 1943”, affermando che Hit- ler ordinò “l’arresto dell’intera famiglia reale, di quanti Savoia si fossero potuti rintracciare e di tutto il personale di corte. “. Sempre secondo Dollmann, “La fine della principessa Mafalda è l’indizio più chiaro e più eloquente delle intenzioni tedesche nei riguardi della famiglia reale italiana.” [14] Lo stesso Carlo Azeglio Ciampi, già Presidente della Repubblica, ha affermato che così facendo “il Re ha salvato la continuità dello stato”. Infatti, il governo italiano colmò l’incombente vuoto istituzionale, imponendosi agli alleati quale unico interlocutore legittimo. Dello stesso parere anche il marxista prof. Ernesto Ragionieri cfr. la sua “Storia d’Italia”, edita da Einaudi). Sempre Ciampi, in un’intervista al “Corriere della Sera” del 15 settembre 2008, affermò: ´L’ho predicato infinite volte: l’8 settembre fu il momento in cui l’idea di Patria si riaffermò nelle coscienze”. Sergio Romano, spesso avverso a Casa Savoia, ha scritto: “debbo chiedermi cosa sarebbe successo se il Re – ndr) fosse rimasto nella capitale e fosse caduto, com’era probabile, nelle mani dei tedeschi. Vi sarebbero state nei mesi se- guenti un’Italia fascista governata da Mussolini e un’Italia occupata dagli alleati, priva di qualsiasi governo nazionale. La fuga, fra tante sventure, ebbe almeno l’effetto di conservare allo Stato un territorio su cui sventolava la bandiera nazio- nale. Non è poco” Da: “Corriere della Sera”, 23/06/2006). Fra i tanti esempi di un tale comportamento accenniamo a quello francese del 1914, significativo anche perché è relati- vo a una repubblica: durante la prima guerra mondiale, i tedeschi erano giunti a soli 80 km da Parigi e il governo repub- blicano, per assicurare un futuro alla nazione, lasciò la capitale per trasferirsi a Bordeaux. [15] Questa dichiarazione rimase formalmente) unilaterale, giacché non vi fu alcuna risposta ufficiale da parte anglo- americana. Secondo il diritto internazionale, essa comportava, tra l’altro, l’impegno italiano di eliminare dalla città ogni possibile obiettivo militare. [16] Era tutt’altro che improbabile che nel rischioso viaggio verso Brindisi, che si presentava pieno d’incognite, Vittorio Emanuele III potesse perdere la vita, o essere catturato dai nazisti. In tal caso, la presenza del Principe ereditario si sarebbe rivelata indispensabile. Si ricordi anche che i nazisti avevano già progettato e deciso la cattura dell’intera fami- glia Reale e che, perciò, rimanere a Roma sarebbe stato, per il Principe ereditario, un sacrificio inutile. [17] La velocità con la quale si effettuò il trasferimento dimostra di per sé l’infondatezza della tesi che afferma, senza alcun riscontro documentale, che il convoglio reale poté raggiungere Pescara grazie ad un preventivo accordo con i tedeschi. [18] Cfr. lo studio in proposito di Vanna Vailati, pubblicato nel 1988. [19] Citiamo in proposito due pareri, espressi da due persone lontanissime, sia dal punto di vista ideologico sia in termi- ni d’età. − Lo storico di sinistra Lucio Villari, in un articolo di fondo pubblicato sul Corriere della Sera del 9 Settembre 2001, scrisse: “Sono, in proposito, assolutamente convinto che fu la salvezza dell’Italia che il Re, il governo e parte dello stato maggiore abbiano evitato di essere “afferrati” dalla gendarmeria tedesca e che il trasferimento il termine “fuga” è, com’è noto, di matrice fascista e riscosse e riscuote però grande successo a sinistra) a Brindisi gettò, con il Re- gno del Sud, il primo seme dello stato democratico e antifascista ed evitò la terra bruciata prevista, come avverrà in Germania, dagli alleati”. − Secondo il maresciallo Kesserling, comandante in capo delle forze armate tedesche in Italia in quel periodo, la Mo- narchia aveva salvato l’unità d’Italia partendo da Roma ed aveva preservato Roma dal saccheggio lasciandovi un membro di Casa Savoia, il Conte Calvi di Bergolo “Roma nazista – 1937 / 1943”, di Eugen Dollmann). [20] Si veda a tal proposito il paragrafo “8 Settembre 1943: gli ordini c’erano”. [21] Furono moltissimi i soldati italiani, di ogni ordine e grado, che, fedeli al giuramento prestato al Re e sostenuti dalla popolazione, affrontarono viaggi lunghi e pericolosi per raggiungere i territori controllati dagli alleati ed unirsi alle forma- zioni regolari dell’esercito. Ricordiamo, fra gli altri, l’asso dell’aviazione silurante Carlo Emanuele Buscaglia, la M.O.V.M. Edgardo Sogno e persino l’attuale Presidente della Repubblica, C.A. Ciampi, che però non riuscì ad arrivare al sud e si fermò a Scanno, in Abruzzo. [22] Ricordiamo, fra le tante, la formazione piemontese costituita dai soldati della IV Armata, la Brigata “Amendola” del Col. Gancia, la Brigata “Piave”, che operava nel trevigiano, la Brigata “Scordia” di Cavarzerani in Cansiglio, le formazio- ni dei comandanti Longhi, Genovesi, De Prada e Lombardini, operanti in Val d’Ossola e in Val di Toce, il Reggimento Continua a pagina 7) ISTITUTO DELLA REALE CASA DI SAVOIA - Centro Studi “Chi tradì davvero?” - 08/09/10 Continua da pagina 6) “Italia libera”, che agiva in Carnia, i gruppi operanti in Lombardia e nel Veneto, il gruppo “Berta” di Tullio Benedetti, la banda comandata da Manrico Duceschi “Pippo”) e la banda di Bosco Martese, che agiva nel Teramano. Ma soprattutto va ricordato l’organismo militare più importante: quello di Enrico Martini Mauri, che operò nel basso Piemonte fino alla fine della guerra di liberazione. Non vanno neppure dimenticati i Reali Carabinieri, molti dei quali si sacrificarono generosamente nella guerra di libera- zione. Basti ricordare i fatti di Fiesole, delle Valli di Lanzo e delle Alpi Apuane. Fu proprio di una formazione comandata da un Capitano dei Reali Carabinieri, Ettore Bianco, il primo successo in combattimento contro i tedeschi, conseguito a Teramo il 25 settembre 1943. La resistenza monarchica al nazismo fu la prima a sorgere, conseguenza immediata, senza soluzione di continuità, del- l’esercizio del proprio dovere da parte dei militari. E’ monarchico il più giovane caduto nella guerra di liberazione: il sedicenne torinese Gimmy Curreno, portaordini, che cadde gridando “viva il Re!”. Nell’ambito della trasmissione “Passpartout”, andata in onda su RaiTre il 27 dicembre 2005, Giorgio Bocca, ex partigia- no e quotato esponente della cultura di sinistra, ha affermato che la resistenza non era soltanto repubblicana, ricordan- do le numerose formazioni partigiane monarchiche che operavano in Piemonte ed affermando che si trovavano parti- giani fedeli al Re anche in “Giustizia e libertà”. Secondo Eugenio di Rienzo, “nell’estate del 1943, dopo lo “squagliamento” militare dell’8 settembre, tutta la Marina e quel che restava dell’esercito, in Italia e fuori d’Italia, imbracciarono le armi contro Salò e Berlino in ossequio al giura- mento che li legava al Monarca e non in obbedienza ai proclami dei comitati antifascisti, in quel momento ancora per lo più assenti o scarsamente presenti sulla scena politica attiva” cfr. “Il Giornale”, 7 giugno 2006). A parere di Ugo Finetti, “la lotta armata contro i tedeschi venne iniziata dagli ufficiali legittimisti: un nervo scoperto per chi invece insiste nella letteratura classista della guerra civile, enfatizzando certi scioperi del ’43 e cancellando tutti i militari protagonisti della resistenza, ma Montezemolo a Edgardo Sogno” cfr. “Libero”, 8 Giugno 2006). [23] Capo riconosciuto della resistenza romana, fu la vittima più illustre del massacro nazista delle Fosse Ardeatine. [24] Ricostituito su impulso di Umberto di Savoia nel Primo Raggruppamento Motorizzato, il nostro esercito venne rino- minato “C.I.L.” Corpo Italiano di Liberazione) il 17 Aprile 1944, per poi riorganizzarsi su 4 divisioni “Cremona”, “Forlì”, “Foligno” e “Legnano”) nel Settembre dello stesso anno. Fu la Commissione Alleata di Controllo che vietò al Principe ereditario di assumere il comando del C.I.L. e che cercò di impedirgli di partecipare alle operazioni militari. La stessa commissione vietò perentoriamente anche la partecipazione di Umberto di Savoia alla guerra partigiana. [25] Riportiamo a questo proposito quanto scrisse il generale americano Clark, comandante della V Armata americana: “il 7 Dicembre 1943, alla vigilia dell’attacco di Monte Lungo, il Principe Umberto credette essere Suo dovere offrirsi per un volo di ricognizione sulle linee nemiche, data la sua pericolosità ed importanza e dato che questa avrebbe salvato migliaia di vite italiane e americane, come infatti ebbe poi a verificarsi”. Per questa azione il Principe fu proposto dal generale americano Walker per un’alta decorazione militare americana: la Silver Star. Umberto di Savoia fu costretto ad abbandonare l’esercito nel Giugno 1944, a causa della sua nomina a Luogotenente del Regno. Nomina imposta dagli alleati e frutto di un marchingegno giuridico escogitato da Enrico De Nicola, futuro Presidente della Repubblica. [26] Questi soldati, come ha autorevolmente ricordato il prof. Gian Enrico Rusconi docente di scienze politiche all’Uni- versità di Torino ed editorialista de “La Stampa”), “combatterono contro i tedeschi per salvare l’onore della bandie- ra” cfr. “L’Eco di Bergamo”, 24/04/2005). La leggenda secondo la quale solo i militari della R.S.I. combatterono per l’onore d’Italia va dunque completamente sfa- tata. [27] Si calcola che siano stati almeno 80.000 i soldati italiani morti a causa della lotta contro i tedeschi fonte: Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito) [28] Fonte: “I Militari Italiani internati in Germania”, di Gerard Schreiber, in “La Lampada”, 2003. Nello stesso articolo, Schreiber ricorda anche che, nel novembre 1943, il Ministero degli Affari Esteri del Terzo Reich dichiarò alla Croce Rossa Internazionale che gli italiani non erano considerati prigionieri di guerra e che ad essi non spettavano le garanzie previste per tali prigionieri dal diritto internazionale. Secondo lo storico tedesco, la ragione principale dei maltratt



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