* Ti trovi in La Storia delle Famiglie *




I SINIBALDI:

In premessa occorre sottolineare che gli stemmi innalzati sugli edifici sacri e sugli edifici civili e profani hanno una funzione di fonte storica oltre che una funzione ornamentale ed architettonica e tale funzione trova oggigiorno un preciso riconoscimento nel nuovo testo unico sui beni culturali del 1999 n. 490), che ne dispone il divieto di manometterli e di asportarli. Ciò si ricollega alla distinzione esistente tra scienze araldiche e scienze genealogiche: Mentre l’araldica, intesa come scienza ausiliaria della storia medievale, studia la simbologia degli scudi non solo familiari ma di enti, corporazioni, municipalità, università, simbologia pontificia e della gerarchia ecclesiastica nonché gli scudi degli eserciti e dei reggimenti, la genealogia studia esclusivamente l’ascendenza e la discendenza familiare, da un ceppo comune individuabile o da individuare talchè essa in medicina prende il nome di genetica e concerne la familiarità e quindi la discendenza delle malattie ereditarie, ossia familiari.

Ci soffermeremo non tanto sulla genealogia di Santa Rosalia, che apparteneva alla nobile famiglia toscana dei Sinibaldi, genealogia che peraltro si ritrova in un albero genealogico situato all’ingresso della grotta su Monte Pellegrino, che nella sua redazione riporta dal 1183, anno della morte della Santa Patrona di Palermo, i suoi ascendenti fino al secolo ‘800 del pre-mille; ma verrà esaminato esclusivamente l’aspetto araldico, ossia la blasonatura dello stemma dei Sinibaldi.

La devozione di Palermo per Santa Rosalia è legata storicamente alla liberazione della città dalla peste del 1624-25, quando la città era sotto il dominio spagnolo. Un evento che tra realtà storica e alone di leggenda, non basta tuttavia a spiegare come nel tempo questa devozione sia divenuta qualcosa di più: un sentimento di vicinanza, una specie di confidenza quotidiana quasi un’identità: “Palermo e Santa Rosalia, Santa Rosalia e Palermo” grida il popolo e ce lo ricordano i cronisti nel corso dei secoli passati.

Non a caso la nostra Santa è chiamata confidenzialmente “Santuzza” dai palermitani devoti.

Dal primo festino del 1625, a oggi sono passati più di trecentosettantanove anni e Palermo è sempre puntuale all’appuntamento con la sua Santa Patrona.

C’è un vuoto di cinque secoli fra l’esistenza terrena di Santa Rosalia e l’inizio del suo protagonismo nelle vicende della città, incerte e confuse e comunque rare sono le notizie della sua vita.

Il cronista, il padre gesuita, Ottavio Gaetani, della metà del ‘500, ci dice che era nata a Palermo in epoca normanna ed era stata “Ancella” alla corte della Regina Margherita di Navarra, moglie di Re Guglielmo I “il Malo”, figlio di Ruggero II, e che si era ritirata in una grotta su Monte Pellegrino sino alla morte nel 1183.

Tutti gli storici sono concordi che la Santa visse nel XII secolo, ma invano si può essere precisi sulla data di nascita e su quella di morte, sia perché nei secoli bui dell’alto medioevo, gli eventuali documenti parrocchiali possono essere spesso andati distrutti per eventi bellici o naturali.

Secondo i più autorevoli agiografici, lo storico Valerio Rossi, il Gaetani, nell’opera “Vitae Santorum Seculorum” del 1657, e Filippo Paruta, Regio Notaro del Senato Palermitano, nei suoi scritti del 1609, Rosalia era figlia del Duca Sinibaldo dei Sinibaldi della Quisquina e delle Rose, località fra Bidona e Prizzi, nipote per parte di madre di Re Ruggero di Altavilla, normanno, e pertanto cresciuta nel XII secolo alla Corte Normanna di Palermo.

Le divergenze degli storici si estendono anche al nome ed alle radici dello stesso, perché trattasi di nome insolito per una fanciulla: Alcuni lo dissero un composto di Rosa e Lia: “Rosalea”, altri “Rosolia”, per errore degli amanuensi, ovvero in volgare, ossia in lingua siciliana “Rusolia”. Prevalse su tutti “Rosalia”, come una forma contratta di Rosa e Lia, cioè di rosa e gigli, come trovansi nella Liturgia nel bellissimo inno dei Primi Vespri.

Durante una battuta di caccia su Monte Pellegrino, Ruggero fu salvato dall’aggressione di un leone dal principe Baldovino: in premio, quest’ultimo chiese al Re la mano di Rosalia. Sentendosi consacrata al Signore, la fanciulla fuggì dal Palazzo Reale, vivendo da eremita prima sul monte Quisquina, dove trascorse dodici anni, e poi, fino alla morte, in una grotta su Monte Pellegrino.

Rosalia appartenne, molto probabilmente, al gruppo etnico principale della Palermo normanna, che era di lingua e rito greci: è anche possibile che sia stata monaca basiliana, in quanto proviene dalla chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, e dall’annesso monastero basiliano femminile, la più antica pala d’altare che la raffigura con quel caratteristico abito monacale; e anche perchè tipica della spiritualità monastica greca era la ricerca della solitudine e della pace contemplativa.

Ma esso ebbe straordinario e decisivo impulso quando una terribile epidemia di peste sconvolse Palermo nella prima metà del ‘600. Fra giugno 1624 e febbraio 1626, secondo alcune stime, in città morirono quasi 30 mila persone, su una popolazione di circa 120 mila abitanti. Il 7 maggio 1624 attraccò nel porto di Palermo un veliero proveniente da Tunisi, guidato dal Comandante moro Maometto Cavalà; recava un carico di lana, lino, pelli conciate, gioielli e altri ricchi doni inviati dal Bey di Tunisi al viceré, principe Filiberto di Savoia, oltre ad un gruppo di prigionieri cristiani riscattati ai pirati barbareschi. Il vascello, in precedenza, aveva fatto sosta a Trapani, ma lì non era stato fatto scendere a terra nessuno, perché l’equipaggio era sospettato di essere contagiato dal morbo.

In un primo momento, il Pretore di Palermo, don Vincenzo Del Bosco, Duca di Misilmeri e principe della Cattolica, si oppose allo sbarco del carico, ma successivamente si lasciò convincere diversamente dal viceré, a sua volta mal consigliato, oltre che avido di ricevere i doni inviatigli.

Quasi subito si manifestarono i primi casi di peste e i primi decessi, non risparmiando sia il popolo, sia nobili e cavalieri, giungendo fino al Palazzo Reale. Sorsero numerosi lazzaretti, il primo dei quali venne allestito allo Spasimo; si bruciava tutto quanto era sospetto di contagio; le case venivano barricate e piantonate dai soldati.

La città era in ginocchio. Intanto, su Monte Pellegrino si scavava. Secondo testimonianze storiche, infatti, qualche tempo prima, una donna del popolo, Geronima La Gattuta, inferma per una grave malattia, aveva sognato una fanciulla in abito monacale che le aveva promesso la guarigione, se si fosse recata in penitenza su Monte Pellegrino; qui giunta a sciogliere il voto, la fanciulla le era apparsa nuovamente in sogno, indicandole una grotta in cui scavare per ritrovare il suo sepolcro. Uomini e donne, amici della La Gattuta, si misero all’opea: Il 15 luglio, il marinaio Vito Amodeo, fu il primo a rinvenire un teschio e numerose ossa incastrate in un grande masso di pietra. Per tutti, fu immediato il suggestivo collegamento con Santa Rosalia: Il suo culto in città era finora piuttosto marginale, ma a quel punto si rinsaldò quel filo sottile della memoria popolare che ricordava la normanna vergine romita sul monte della città.

Lo stesso giorno a Palermo, devastata dalla peste, era in corsola prima processione aperta al popolo che le autorità ecclesiastiche avevano organizzato. Si supplicavano le sante patrone della città, Cristina, Agata, Ninfa e Olivia, oltre a San Rocco, cui si attribuiva la scomparsa dell’epidemia del 1575; e qualcuno, fra le litanie, implorava anche Santa Rosalia. Diffusasi subito in città la notizia del ritrovamento delle ossa, il cardinale Giannettino Doria si mosse con estrema cautela: dispose che esse, con tutta la pietra, venissero trasportate e custodite nel Palazzo Arcivescovile in attesa di un attento esame per accertarne l’autenticità.

Al contrario, esplose l’entusiasmo dei palermitani, che videro in quel ritrovamento il segno di una speranza. Ogni preghiera, adesso, si rivolgeva a Santa Rosalia, alimentata da vere o presunte voci di miracoli. Chi era stato testimone dello scavo su Monte Pellegrino aveva raccolto delle pietre, la terra intorno e l’acqua dove le ossa erano state ripulite: tutto era passato di mano in mano, somministrato agli infermi, ed in taluni casi di parlò di guarigioni improvvise e inspiegabili. Il 27 luglio 1624 – tutto sommato prematuramente – il pubblico Consiglio stabiliva di onorare Santa Rosalia col titolo di Patrona di Palermo. Ma dopo un leggero declino, la peste era tornata ad infuriare. Il 3 agosto ne rimaneva vittima anche il viceré Filiberto, al quale subentrava il cardinale Giannettino Doria, che diventava, così, anche presidente del Regno.

Le autorità cittadine sembravano volersi impossessare di questo culto sorto improvvisamente, per evitare che la devozione popolare, sull’onda della eccitazione, prendesse strade autonome, e inclini alla superstizione, o venisse strumentalizzata o monopolizzata da altri ordini religiosi. I primi esami delle ossa, affidati ai medici e ai teologi, sollevarono, però, soltanto dubbi sulla loro natura umana.

E mentre il contagio continuava ad imperversare, si allestivano processioni penitenziali, la cui furia parossistica – descrittaci da un autorevole testimone, il gesuita Giordano Cascini – sembrava uno strumento di pressione nei confronti del collegio indeciso sul riconoscimento delle reliquie.

Il 13 febbraio 1625, il giovane Vincenzo Bonello, saponaio di via dei Panieri, che aveva appena perso la moglie per il contagio, s’inoltrò su Monte Pellegrino per farla finita secondo alcuni, invece, per una battuta di caccia). Qui – in base alla sua testimonianza giurata che risulta nell’Originale delli testimonij di Santa Rosalia – incontrò una giovane pellegrina con un’aureola che gli disse di essere Rosalia, che le ossa ritrovate erano le sue e che la peste sarebbe cessata soltanto se esse fossero state portate in processione perle strade della città; gli ordinò di riferire tutto al cardinale Giannettino Doria e gli preannunciò anche la sua prossima fine. Bonello fece quanto la visione gli aveva detto e morì di peste quattro giorni dopo.

Il 22 febbraio 1625, la Consulta medico – teologica, proclamò il riconoscimento dell’autenticità delle ossa di Santa Rosalia, che furono trasferite dal Palazzo Arcivescovile in Cattedrale, poste in un cofano rivestito di velluto cremisi all’interno di una cassa di tela d’argento.

Il Senato decise che, a spese della città, le scarse reliquie dovessero essere custodite in un’urna d’argento, che fosse costruita una sontuosa cappella in Cattedrale e un’altra su Monte Pellegrino, e che il 15 luglio di ogni anno l’urna dovesse essere portata in solenne processione. Sotto la spinta dell’entusiasmo popolare, il 9 giugno 1625, il Senato organizzò con pubblico bando – conservato presso l’Archivio storico comunale – una processione trionfale delle spoglie mortali di Santa Rosalia nell’ambito di una sontuosa festa che durò nove giorni, durante i quali la città divenne un tripudio di luci, broccati, arazzi, archi di trionfo, statue, festoni di fiori e verde; tutta l’aristocrazia e il clero parteciparono alla sfilata.

Dettagliatamente descrittaci da Filippo Paruta, segretario del Senato, essa può considerarsi a ragione il primo Festino in onore a Santa Rosalia.

La peste cominciava sensibilmente a decrescere, e il 4 settembre 1625, dies natalis della Santuzza, il “Bando per il cessato male” era stato appena pubblicato. Il 26 gennaio 1630, Papa Urbano VIII, rivolgendosi al Senato e al popolo palermitano con lo Scriptam in coelesti, annunciava l’inserimento di Santa Rosalia nel Martirologio Romano, dove, di Rosalia, veniva fissata l’origine palermitana, la stirpe regale risalente a Carlo Magno, la paternità di Sinibaldo, cavaliere di Re Ruggero, l’episodio di Baldovino e la vita ermetica sui monti Quisquina e Pellegrino.

I Sinibaldi sono una nobile famiglia di Lucca e i genealogisti fanno provenire nel secolo XIV da S. Minato del Tedesco con Giovanni, di Sinibaldo, detto BELGRANO. Un BARTOLOMEO, di di Giovanni, ottenne la cittadinanza lucchese il 2 aprile 1416 e da SINIBALDO, di Bartolomeo, dello stesso secolo, discese il ramo principale che fu consorte degli Altogradi. Ser PIETRO, di Berto, di questa famiglia, noto cronista del secolo XV, dette notizia del suo testamento del 15 febbraio 1501, che i Sinibaldi si divisero in quattro rami: dei quali uno passò in Jmola, il secondo a Palermo, dando a questa città la sua Patrona in S. Rosalia, il terzo si estinse in Firenze, ed il quarto fu quello di Lucca.

ARMA: Squamato d’argento e di nero ermellino), alla banda d’oro attraversante.

ALIAS: D’ermellino pieno alla banda d’oro attraversante.

DIMORA: Lucca e America.

Il pavesare lo scudo, della pelle d’Ermellino con i fiocchi, si chiamano “moscature” o “ mosche”. L’uso dell’ermellino risale, secondo più accreditati studiosi, al secolo XIII e non oltre ed è piuttosto raro negli scudi italiani; ma usato ovviamente, secondo le regole ed i Massimari della C.A. soprattutto per i Manti di principe e duca, e per la Casa Regnante e per quelle ex-regnanti.

Sul segno e sulla simbologia araldica: l’ermellino nello scudo, indica un’alta dignità della famiglia che lo porta, nonché indica PUREZZA, per il candore della pelle, tappezzata dai fiocchi delle code neri, e anche di INCORRUTTIBILITA’, dall’abitudine del piccolo animale, che si racconta, non entri in una tana sudicia e preferisca farsi catturare.

Fabio Scannapieco Capece Minutolo



Condividi su Facebook
I SINIBALDI:
RELAZIONE ILLUSTRATIVA CAPECE MINUTOLO DI SICILIA
SCANNAPIECO –ALI’ –CAPECE MINUTOLO
I CELESTRI DI SANTA CROCE