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L’INEFFICACIA GIURIDICA , LA NON EREDITARIETA’

A chi voglia considerare spassionatamente la storia del nostro paese non può sfuggire un dato storico di fatto, ossia la Nobiltà Italiana, aveva il suo capo nella figura del Sovrano, ovvero in Re Umberto II, e potendosi discutere di una distinta nobiltà sia napoletana che siciliana, fiorentina o lombardo - veneta, parlando di nobiltà italiana non ci si può che riferire alla Casa reale che ha fatto appunto l’unità d’Italia.

Lo “Statuto Albertino” ha infatti lasciate intatte nel sovrano le prerogative nobiliari e le leggi degli antichi Stati ed è vero che nell’ordinamento Nobiliare il Re agiva non come Capo di Stato ma come capo della Dinastia – in una sorta di “autarchia” – e questo però solo quando aveva il “dominium” sul territorio e non durante il suo esilio.

Nemmeno la Repubblica contestò mai al Re queste “prerogative regie” in natura nobiliare, perché fuori del suo interesse specifico.

Circa la “Regia Prerogativa” nell’ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano emanata anche nei confronti del Diritto Internazionale, sono sancite nel Regio Decreto n.61 del 21 gennaio ’29, le disposizioni concernenti la “autorizzazione”, cioè quell’atto in cui il Re consente che un cittadino italiano possa usare un titolo concesso da uno stato estero o da un Sommo Pontefice, e di contro l’autorizzazione ad uno straniero di usare titoli italiani che gli siano pervenuti legittimamente.

Su questo secondo punto, si ammette tacitamente una chiara “successione femminile” riconosciuta tacitamente perché altrimenti non potrebbe in alcun modo pervenire un titolo ad uno straniero.

Successione femminile che i Savoia o il Regno d’Italia) aboliscono con Regio Decreto del 1926 ed in particolare quella “siciliana” e quella “napoletana” e tutte le modalità di successione nei titoli vigenti negli stati “pre-unitari”) ma che essi hanno continuato a concedere fino al 1925 secondo appunto il vecchio Statuto Albertino.

Poiché tutti i provvedimenti d’autorizzazione di titoli esteri ad italiani e di uso di titoli italiani a cittadini esteri, avevano il carattere del procedimento “di delibazione” di sentenza estera, in quanto si trattava di esaminare l’efficacia di atti emanati da una potenza estera, sia perché il negato riconoscimento di tali atti era un volere negare il riconoscimento della Prerogativa Regia, a riguardo dello Stato o Potenza concedente o di quella che ad essa è succeduta, qualora il Sovrano non abbia più le prerogative politiche perché non più sovrano in quanto in esilio e privo del “dominium” sul territorio),decadono automaticamente le norme anzi dette, valide verso Stati stranieri con un Capo dello Stato Italiano riconosciuto ed a maggior ragione verso i cittadini italiani.

Ossia i provvedimenti presi dal Sovrano in esilio privo del “ dominium” sul territorio perdono la loro efficacia “erga-omnes” quantunque il Re mantenga la prerogativa di Capo della Casa e la “fons honorum”, ma perdendo la “facultas nobilitandi”, perché questa agisce in quanto egli abbia e mantenga il predetto “dominium”.

Così come per i pontefici, che avendo perso dopo il 1870 il “dominium” sul territorio dello Stato Pontificio dopo l’occupazione militare da parte delle truppe italiane, non poteva far loro assimilare la carica di Capo della chiesa a quella di un Sovrano spodestato e che quindi avessero perduto la facoltà di nobiliare ex-novo cittadini italiani considerati stranieri, seppur concedendo riconoscimenti fino al 1961.

Sono poi da ritenersi nulli tutti quei negozi giuridici anche notarili perfezionati dopo il 1947 che hanno come oggetto “refute” o rinunce per passaggio di titoli da un membro ad un altro di una stessa famiglia atti tra cugini in genere) ancorché sottoscritti da notai della Repubblica.

Lo sono non solo perché non si vede come un atto notarile in pieno regime repubblicano possa trasferire un diritto di “uso” o di “godimento” o qualsiasi diritto reale) su di un oggetto che non sia un bene reale; non avendo i titoli rilevanza giuridica ogni atto o scrittura notarile seppur autenticata, è nulla.

I titoli concessi da Re Umberto quale Luogotenente negli anni 45/46 sono da ritenere invece giuridicamente validi, sia se concessi come provvedimenti di”grazia” che di “giustizia”. I titoli concessi dall’ex-Re in esilio sono invece da ritenersi inefficaci: a maggior ragione i provvedimenti di “giustizia” che vedono la concessione del riconoscimento “per linea femminile” perché ripristinano surrettiziamente le successioni degli Stati preunitari che furono abolite dal Re con Regio Decreto del 1926.

I titoli, quindi concessi da Umberto dopo il 1946, non hanno alcuna efficacia giuridica dal punto di vista del diritto nobiliare.

Per cui delle due, l'una: o è abolita la successione “siciliana” e “napoletana” e la “surroga romana” e quindi sono nulli i provvedimenti di giustizia ed inefficaci quelli di “grazia sovrana”, ovvero non debbono concedersi “riconoscimenti per Regio assenso” e concessioni di titoli ex-novo per linea femminile, a maggior ragione avendo nel 1967 la Corte Costituzionale abrogato tutta la legislazione nobiliare del Regno d’Italia compresi i decreti del ’26 del 1943 sulla successione4 dei titoli, ritornando valide pertanto le antiche regole vigenti al momento dell’originaria nascita del titolo primordiale; infatti il Decreto del ’67 della Corte Costituzionale così recita “sono abrogati tutti gli Ordinamenti Successori dal 1922, ecc…”.

Con l’abolizione del regime feudale, in Napoli nel 1806 ed in Sicilia nel 1812,è cessato il Diritto Feudale come tale, per rimanere i titoli nel Mero campo onorifico come reminiscenza storica.

“La genesi e l’evoluzione storica della nobiltà e lo spirito degli articoli 79 e 80 dello Statuto non lasciano dubbio per sanzionare che il Re ne è l’unico insindacabile legislatore”. La sentenza n.101 dell’8 luglio del 1967 della Corte Costituzionale nell’abrogare tutta la legislazione nobiliare ed araldica del Regno d’Italia, dal 1922 in poi , statuisce che “i titoli nobiliari restano fuori dal mondo giuridico”. Ciò significa che il titolo nobiliare si connatura più nell’essenza regale del concedente che non nella funzione politica, ma un Re privo delle funzioni politiche ex-Re) perde altresì la “fons Honorum” e la “facultas nobilitandi” che poggia sul “dominium” del territorio.

In materia di titoli nobiliari, essi sono disciplinati dall’identica figura di Capo dello Stato e di Capo della Nobiltà, per la quale materia è fuori dubbio che i relativi provvedimenti non costituendo atti amministrativi sfuggono al sindacato giurisdizionale. Ma occorre obiettare che il Capo dello Stato non essendo più tale perché in esilio ed essendo pertanto il Re di un ex-Re in esilio, ed avendo perduto perciò il “dominium” sul territorio, questa deficienza rende inefficace la “facultas nobilitandi” e la “ fons honorum” per la piena capacità di agire della Regia Prerogativa, che è tale ove il sovrano Capo dello Stato sia nel pieno dei suoi poteri.

È cosa molto ben nota ai giuristi la differenza tra “inefficacia” e “nullità” di un atto.

Sono pertanto da ritenersi affetti da “inefficacia” giuridica tutti quei provvedimenti di rinnovazione e concessione che miri a sanare lacune genealogiche), nonché quei Regi assensi che sanzionino “ per grazia” successioni femminili o ex-sorore o ex-nipote-zia o ai cugini ex-madre) precisamente abolita, e che vanno dai noti “Conti di Ciampino” del maggio 1946,fino agli ultimi del dicembre 1982 anno in cui il sovrano si ammalò gravemente e morì nel 1983), fatta eccezione per quelli concessi durante la Luogotenenza del 1944 e 1945.

È interessante sottolineare poi che facendo un semplice calcolo statistico, tutti i provvedimenti nobiliare di Umberto II essendo in totale ben 465 vi è compreso anche Gelli, “conte”, investito nel 1980), sono di gran lunga superiori a tutti quelli concessi dai Re d’Italia suoi predecessori, dal 1862 al 1943! Vedi lista completa nel libro ´Gotha´ dell'autore - Edizioni Giada Edibook)

E concludendo, come ebbe a dire Oscar Wilde, circa l'utilità assoluta per un giovane rampante aspirante ad alte frequentazioni, di conoscere bene il Libro d'Oro - PEERAGE Inglese, poichè questo è il più bel ´ romanzo di fantasia che l'Inghilterra abbia mai potuto concepire!´.

Alla luce dei titoli concessi da Re Umberto II dall’esilio, occorre precisare che con la sentenza della Corte Costituzionale n.101 del luglio 1967 n.d.r.: Le supreme magistrature permangono nonostante il mutamento di “Forma di Stato” avvenuta con referendum) viene abrogata la legislazione araldico-nobiliare del Regno d’Italia dal 1922 al 1946: è questa anche la tesi dell’illustre giurista e docente universitario il prof. Giorgio Cansacchi di Amelia cfr. su “Rivista giuridica” 1980), cosa peraltro già ben chiara leggendo il dispositivo.

È abrogato così il Regio Decreto del 1926 sulla “successione Siciliana e Napoletana”. Si deduce da ciò che resta in vigore, essendo stato abrogato altresì il R. Decreto del 1943) l’ultimo decreto quello del 1896, che riguardava “l’ordinamento dello Stato delle successioni ai titoli nobiliari” secondo le antiche norme vigenti negli antichi Stati Pre-unitari. Conseguenza della sentenza del 1967numero 101 della suprema Corte è che si ripristinano “de jure condendo” e non “de jure condito” le regole vigenti negli Stati prima dell’unificazione dell’Italia ed in particolare quanto garantito e previsto dal Regio Decreto del 1896 che fu il primo decreto sulla “successione ai titoli nobiliari” del Regno d’Italia. In particolare, si è già sostenuta la tesi, non già della nullità- come sostegno i più accreditati giuristi spagnoli- ma dell’inefficacia giuridica dei titoli nobiliari concessi da Re Umberto II dall’esilio. Tali argomentazioni giuridiche di diritto nobiliare e di diritto civile cui il diritto nobiliare fa parte) sono quelle stesse che venivano proposte allorché si trattava di disconoscere i titoli dal Sommo Pontefice da Castel Sant’Angelo nel 1860-61 e da Re Francesco II da Gaeta 1860-61), che peraltro era un territorio del Regno delle Due Sicilie e non di “esilio” si poteva certo dire, confrontare C. Mistruzzi di Frisinga “diritti nobiliari e costituzione italiana”, Giuffrè 1947).

La conseguenza dell’inefficacia dei titoli concessi da Re Umberto dall’esilio è pertanto la non trasmissione agli eredi, né per linea maschile, né a maggior ragione per quella femminile). L’argomentazione poi che si adduce per affermare la validità di quegli atti dall’esilio e che cioè Umberto non sia stato un re abdicatario, è del tutto irrilevante ai fini della inefficacia della Regia prerogativa.

La tesi del prof. Giorgio Cansacchi –tratta dai suoi saggi pubblicati dalla casa editrice Giuffrè nel 1979 e 1980- concerne proprio le conseguenze della sentenza della suprema Corte del 1967, che egli stesso considera, abroghi del tutto la legislazione araldico-nobiliare del Regno dal 1922 al 1946. Vengono perciò ad essere abrogati sia il R. Decreto del 1926 che quello che è l’ultimo) sullo stato della nobiltà italiana e sulla successione ai titoli nobiliari italiani, del 1943. Pertanto ,proprio alla luce della summenzionata sentenza della Suprema CORTE COSTITUZIONALE N.10102/1967,,che viene ripristinata “de iure”, la successione siciliana “ e quella “napoletana”, restando in vigore il primo Decreto sulla materia ,che quello del 1898.

Speciali norme di diritto civile e speciali garanzie costituzionali accompagnavano, pena vizio di nullità, l’atto del conferimento di un titolo nobiliare che non è un atto di mero diritto amministrativo).

Esse erano:

1) Firma delle Regie Lettere Patenti rilasciate dal sovrano da parte del Presidente del Consiglio, rappresentante dell’Autorità Ministeriale.

2) Registrazione alla Corte dei Conti, che con tale atto registrava un Sindacato di legittimità. Oltre ciò, la procedura amministrativa riguardava:

A) Parere del Commissario del Re per l’araldica e la successiva trascrizione del Reale provvedimento nei registri dell’Archivio centrale del Regno, nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana e nell’Elenco Ufficiale Nobiliare Italiano, la pubblicazione nel Bollettino della Consueta Araldica, la controfirma delle R. Lettere Patenti del Primo Ministro che vengono così trascritte nel Registro della Consulta A. a cura del Cancelliere.

Il Decreto Regio è dunque un atto complesso: consta di due volontà distinte v. CROSA. La monarchia nel diritto pubblico 1922). Nessuna manifestazione della volontà Sovrana assume valore giuridico quando non sia munita oltre che della firma del Re anche di quella di un ministro secondo l’art. 7 dello Statuto): è questa la conseguenza dell’irresponsabilità Regia art.4 dello statuto del Regno) che determina l’incapacità dell’organo ad agire da solo, necessitando l’integrazione giuridica, non prevedendo il nostro diritto alcuna eccezione alla necessità della controfirma vedi Carlo Mistruzzi già citato).

Ma quale controfirma di Primo Ministro potevano mai avere i provvedimenti di Umberto II da Cascais? Ovviamente nessuna: ecco i titoli, siano essi di giustizia, ma soprattutto quelli di “grazia” per “ MOTU PROPRIO”, conferiti dal Re in esilio non hanno efficacia giuridica. Sono cioè privi di effetti giuridici ai fini del diritto nobiliare.

Infatti il più importante atto di controllo e la cui omissione rende il Regio Decreto o il Regio Assenso e le Lettere Patenti, inefficaci, viene compiuto dalla Corte dei Conti, nell’ambito del riscontro di “legittimità”sui Decreti del Capo dello Stato. Ma occorre ancora sottolineare, che un Capo dello Stato che ha rinunciato ai poteri politici poiché in esilio) non aveva possibilità alcuna per ottenerlo, stante l’abrogazione dell’attività della Consulta Araldica e di quella del Commissario per l’Araldica il nostro Re d’Armi), nonché il certo rigetto per non ammissibilità del Consiglio di Stato.

P.S. In buona sostanza è stato sì aiutato ´l'entourage´ di Re Umberto II; ma quelle che sono state acquisite sono da taluni definite solo ´patacche´ vedi nota dell'Editore A. Borella dell'Albo d'Oro della Nob. Italiana, Ed. Sagi, -Sondrio,anno 2000).

Fabio Scannapieco Capece Minutolo

Pubblicato su “Hidalguia” rivista Araldica di Madrid nel gennaio 2002



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