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LE ORIGINI DELLA CAVALLERIA

Per comprendere il fenomeno della cavalleria bisogna tenere conto ch'essa, prima di essere una istituzione storicamente riscontrabile, fu un'idea, fondata sulla pratica di alcuni comportamenti essenziali, attinenti a valori quali l'amicizia, la lealtà verso i propri stessi nemici, il rispetto per la parola data, la pietà verso l'avversario battuto sul campo, la protezione dei deboli e la solidarietà verso il “popolo di Dio” - cioè l'umanità intera - nella sua globalità.

Innestandosi su questo tessuto di valori la fedeltà verso un signore o una fratellanza d'armi, si ebbe l'istituzionalizzazione della cavalleria e il suo ordinamento, quindi l'inizio della fase storica.

La sovrapposizione o l'affiancamento della spiritualità religiosa a tali legami, con l'obbligo di difendere la fede contro qualsiasi nemico, completarono la sintesi di quelli che potremmo definire i caratteri essenziali della cavalleria. Ai quali se ne aggiunsero via via degli altri, determinati dalla contingenza storica e locale, man mano che gli ordini proliferarono in Europa e altrove. Per accedere alla comunità cavalleresca era richiesta una iniziazione complessa, una vera e propria investitura spirituale, che comportava il superamento di prove volte a sondare la volontà e la capacità) di adempiere agli obblighi che la condizione di cavaliere comportava. Tale investitura poteva avvenire sul campo, da parte del signore o di un capo rappresentativo della sua autorità, di fronte a manifestazioni di generosità e di coraggio che già di per se stesse corrispondevano al superamento delle prove altrimenti previste. Avveniva però il più delle volte presso la corte del signore che il cavaliere si accingeva a servire, a conclusione - come vedremo - di un tirocinio iniziato fin dall'adolescenza.

Origini leggendarie Le origini della cavalleria sono leggendarie, ma la leggenda esprime in termini fantastici una realtà primordiale attendibile, in qualche modo riconducibile all'oscurità di un'età remota. Ne parla in questi termini il catalano Ramon Llull Raimondo Lullo, mistico e filosofo, denominato nella società colta medievale “Doctor illuminatus”) nel suo Libro dell'Ordine della Cavalleria, trattato allegorico e dottrinale sulle idealità cavalleresche nella loro accezione spirituale più estesa. Vi fu in origine, scrive Lullo, un evo barbaro, nel corso del quale “scomparvero dal mondo la lealtà, la solidarietà, la verità e la giustizia´, per cui “dilagarono slealtà, inimicizia, ingiuria e falsità, provocando errore e disordine nel popolo di Dio”.

Fu necessario allora restaurare la giustizia perduta “attraverso il timore”, e perché ciò potesse avvenire “tutto il popolo fu diviso per migliaia, e da ogni mille ne fu scelto uno che si distinguesse dagli altri per gentilezza d'animo, lealtà, saggezza e forza”. A quest'uomo così straordinario, in grado di prevalere su tutti per nobiltà, coraggio, tenacia e devozione ai suoi principi, fu dato per compagno quello che “tra tutti gli animali è il più bello, il più veloce, il più pronto ad affrontare qualsiasi sacrificio, il più adatto a servire l'uomo”, cioè il cavallo. “E per questo”, conclude Lullo, “fu detto cavaliere.”

IL “MISTERO” DELLA CAVALLERIA

Ricorre spesso nella letteratura cavalleresca, e più che altro negli studi intorno all'esoterismo della cavalleria, il cenno al “mistero” ch'essa sottintende. Non esiste tuttavia un'opera che, al di là delle più fantastiche divagazioni, spieghi in che cosa questo consista. Perché? Perché, come tutti i misteri esoterici, sostengono quanti se ne sono finora occupati, esso non è rivelabile. Non perché segreto. Non è rivelabile perché non è comprensibile a chi non lo conosce per esperienza diretta.Tentare di parlarne, da parte di chi ne ha nozione, sarebbe come voler descrivere il sapore di un'arancia a chi non l'ha mai gustato. Il mistero della cavalleria, dunque, se non lo si vuole ridurre semplicisticamente a un'asettica cognizione storica, è conoscibile soltanto attraverso una percezione naturale dei principi che esprime.

Il che appare tanto più ermetico se si considera che si tratta, come si è visto, di principi tutto sommato elementari, accessibili a chiunque per la loro rispondenza - almeno teorica - a comuni criteri di carità e amore, fedeltà, altruismo, mai divenuti desueti anche se spesso disattesi. In quest'ottica la lettura del fenomeno cavalleresco conserva una sua straordinaria attualità, dovuta alla sopravvivenza dei valori che ne caratterizzarono il decorso, e che nessuna rivoluzione, nessun sommovimento della storia ha mai rimosso, di fatto, dall'immaginario popolare. Su questo aspetto della cavalleria si è soffermato in epoca tutto sommato recente 1930) lo storico francese Victor Emile Michelet, che nel libro Il segreto della cavalleria ne rivendica appunto l'attualità. La sua tesi è che “questo mondo sprofonderebbe il giorno in cui non producesse più un cavaliere”. Completa l'assunto una digressione sul valore metaforico della Grande Avventura, con riferimento esplicito alla ricerca del Graal in quanto simbolo di tutto quello che di bene c'è al mondo, quintessenza appunto dello spirito della cavalleria. “Re Artù non è morto”, scrive Michelet. “Vive nell'isola di Avalon, sempre atteso dai Bretoni, con la spada Excalibur al fianco. Nemmeno Merlino è morto. Dorme il suo sonno nella foresta di Brocelandia, nella selva di Paimpont. La sua arpa è nascosta nella grotta di Fingal, in Scozia.

Quando verrà l'Anticristo a tentare la conquista del Santo Graal, Artù e Merlino si risveglieranno per difendere il vaso sublime.” Anche se è molto improbabile che la sacra coppa possa trovarsi ancora tra noi, conclude questo fine esegeta dell'ermetismo cavalleresco, poiché “quando nessun mortale è più degno di possederlo, il Graal abbandona la terra e risale al cielo, dove rimane sorretto dalle mani degli angeli”.

Si può capire quali divagazioni letterarie possano essere scaturite nei secoli da tali suggestioni. Si tratta con ogni evidenza delle medesime sollecitazioni sulla spinta delle quali Cervantes edifica la geniale follia di Don Chisciotte, Ariosto resuscita il mito dell'alato Ippogrifo per condurre Astolfo sulla luna, Cirano affronta da solo cento uomini armati alla Porta di Nésie. E' tuttavia sintomatico, ai fini di quanto si è detto sull'attualità dei valori cavallereschi, il modo in cui si pone nei loro confronti uno scrittore non certo sospetto di cedimenti allo spirito della fiaba, come l'americano John Steinbeck, premio Nobel per la letteratura, che così sintetizza in Gesta di re Artù e dei suoi nobili cavalieri il senso dell'iniziazione alla Tavola Rotonda: “Giurarono di non ricorrere mai alla violenza senza un giusto scopo, di non abbassarsi mai all'assassinio e al tradimento.

Giurarono sul loro onore di non negare mai misericordia a chi ne facesse richiesta, e di proteggere fanciulle, gentildonne e vedove, facendone valere i diritti senza mai sottoporle alla loro lussuria. E promisero di non battersi mai per una causa ingiusta o per vantaggi personali. Questo giuramento pronunciarono i cavalieri tutti della Tavola Rotonda, e ad ogni Pentecoste lo rinnovarono”.

LA TAVOLA ROTONDA

Al primo posto nella leggenda cavalleresca, ben lontana da qualsiasi riscontro storico, c'è la Tavola Rotonda, collocata dagli studiosi di araldica “tra gli ordini falsi o supposti” Lucio Cappelletti, Gli ordini cavallereschi). Non sono mancati, tuttavia, tra ricercatori e cronisti d'ogni tempo, coloro che hanno tentato di dare fondamento storico alla sua esistenza. Scrive il monaco Pierre Helyot, noto anche come il Père Hippolyte, nella sua monumentale storia della cavalleria otto volumi) che “un ordine militare chiamato della Tavola Rotonda fu istituito nell'anno 516 dal famoso Artù, re favoloso d'Inghilterra, il quale creò cavalieri di detto ordine ventiquattro signori della sua corte, che in certi dati giorni mangiavano insieme con lui ad una tavola rotonda”. Una falsa tavola rotonda, realizzata in età indefinibile, è oggi esposta al castello di Winchester come attrazione turistica. Escludendo comunque che sia mai esistito un ordine della Tavola Rotonda, resta in piedi per altri storici l'ipotesi che tale denominazione indicasse in epoca remota “una sorta di singolar tenzone, al termine della quale i partecipanti si recavano a cenare in casa di colui che aveva organizzato la pugna, assidendosi a una tavola rotonda”. Non si trattava, evidentemente, di un duello all'ultimo sangue. Ma è chiaro che i miti cavallereschi, sia pure riferiti in certi casi a un contesto storico reale, non possono essere analizzati secondo i criteri della storiografia corrente.

Che Artù e i suoi cavalieri siano realmente esistiti oppure no, che Lancillotto abbia davvero spasimato d'amore per Ginevra o che Parsifal abbia messo in gioco la propria purezza per ritrovare la sacra coppa del Graal, è dei tutto irrilevante al fine di comprendere ciò che la leggenda della Tavola Rotonda storicamente dimostra. In altre parole, la leggenda colma il vuoto storico di un'età oscura, fornendo un supporto immaginario alla carenza di dati reali, quanto basta per poter ricostruire un quadro attendibile di eventi e personaggi condizionati nei loro comportamenti da regole ben definite, corrispondenti a una precisa gerarchia di valori. A questi valori va rapportato il segreto dell'iniziazione cavalleresca, che comportava l'annientamento dell'individuo e la sua rinascita in funzione di un ruolo eroico superiore, secondo cerimoniali che rinnovavano nei loro tratti essenziali i grandi riti di ammissione all'età adulta o all'esercizio della caccia, della guerra, della magia) nelle società primitive.

L'EDEN DEI CAVALIERI

La percezione del “mistero” significava per il nuovo cavaliere una “reintegrazione dello stato edenico primitivo”, come scrive l'antropologa Dominique Viseux nel suo saggio su L'iniziazione cavalleresca nella leggenda arturiana, o ancora più specificamente il conseguimento di “uno stato che si può qualificare come androgino, corrispondente all'unione delle due Nature”. In quest'ottica, il sirnbolismo della Dama da ricercare per completare la propria identità è indispensabile alla comprensione dell'iniziazione cavalleresca. L'accesso all'anima e al castello della Dama comporta il superamento di prove inaudite. Ma questo non è che l'inizio di un percorso spirituale, contrassegnato da ulteriori più complesse prove, a conclusione del quale c'è il compimento dell'impresa definitiva ed assoluta, identificabile per i cavalieri della Tavola Rotonda nella ricerca del Graal. Il cavaliere, dunque, nel corso di questo suo itinerario dovrà misurarsi con due ordini di misteri, che gli esoteristi distinguono in Piccoli e Grandi Misteri.

I primi sono quelli connessi all'esercizio dell'azione, per il quale è sufficiente l'investitura cavalleresca; i secondi riguardano la pratica della contemplazione, per la quale è necessaria una più elevata iniziazione sacerdotale. Ed è attraverso quest'ultimo passaggio iniziatico che si compie il destino autentico del cavaliere, ponendolo in gara con gli altri per il conseguimento della perfezione. C'è un posto vuoto alla tavola di Artù, alla sua destra, riservato a quel cavaliere che eccellerà su tutti per doti spirituali oltre che per il primato nell'azione. E detto “seggio periglioso”, ma non per i pericoli che l'impresa comporta, bensì per quelli che possono derivare dalla sua realizzazione, per orgoglio e vanità. Per questo il “seggio periglioso” è detto anche “seggio di Giuda”, esponendo chi conquistasse il diritto di sedervi al rischio di tradire le proprie idealità.

E questa la lezione più nitida che si può trarre dalla leggenda di Artù e dei suoi eroi visionari, perennemente in armi per la realizzazione di un sogno, perennemente in procinto di farcela, perennemente sconfitti alla soglia del compimento dalla loro umana imperfezione. Che nemmeno l'illusione mistica dei Graal, forse perché generata anch'essa dall'ambizione di poterlo possedere, è in grado di sanare. Quali protagonisti della cavalleria leggendaria, i gentiluomini della Tavola Rotonda per la storia non esistono se non in quanto fantasmi di un ordine “falso o supposto”. Sono presenti però, come pochi altri, questi signori della cavalleria inesistente con le loro donne, nel grande libro della poesia universale. Li definisce Francesco Petrarca “quei che le carte empion di sogni”. Nel suo Trionfo dell'amore la parola “errante” cavaliere) fa rima con “amante”.

I PALADINI

Il passaggio dalla leggenda alla storia lo segnano i paladini di Carlo Magno. Se si volesse stabilire una data di trapasso dal mito alla realtà la si dovrebbe individuare nella notte di Natale dell'800, allorquando Carlo Magno cinge con la benedizione del pontefice Leone III la corona di sacro romano imperatore. Solo a quel punto la cavalleria esce dal sogno, e tutto quello ch'era stato retaggio di fiaba diventa materia storica.

Non ci sono più per i paladini di Francia draghi da sconfiggere, dame da proteggere, incantesimi da sciogliere, ippogrifi da cavalcare per potersi inerpicare fino ai reami della luna, ma solo città da espugnare o da difendere, territori sconfinati da controllare. In nome della “santa causa” di sempre, è vero, ma anche di interessi che ormai non hanno più niente a che fare con le originarie illusioni. Sono passati ventidue anni, alla data in cui Carlo Magno diventa imperatore, dal disastro di Roncisvalle. Le gesta di Rolando ed Olivieri non sono più che una pallida memoria, un pretesto di poesia, che non trova ragione di esistere, se non in quanto citazione marginale, nel freddo contesto storico dei fatti. La storia non è generosa quanto la fiaba.

Per la fiaba, i paladini rappresentano la gloria che onora le insegne di Carlo: Rolando ed Olivieri primi tra tutti, poi Berengario, Ottone, Gerino, Ivo, Ivorio, Gerieri, Ansegi, Sansone, Gerardo ed Engelieri sono i dodici eroi che il sovrano considera suoi pari ed ai quali affida in ogni circostanza il proprio stesso destino. Per la storia, non sono che la milizia personale del re, i cui membri vengono di volta in volta ricompensati per i propri servigi con cariche politiche e feudi. Rolando, per la storia, non è che il prefetto della Marca di Bretagna sotto Carlo Magno, destinato a morire nella gola di Roncisvalle 778) in un'irnboscata tesagli da predoni baschi. La leggenda, poi, trasformerà i baschi in saraceni, dato che in effetti Rolando comandava la retroguardia franca di ritorno da una infruttuosa spedizione contro i principati arabi della Spagna settentrionale.

L'evento, considerato irrilevante dagli storici, è riportato negli Annales royales e nella Vita Karoli di Eginardo, biografo e confidente di Carlo Magno, che furono la fonte della Chanson de Roland e di altre “canzoni di gesta”. Diversamente dalla fiaba, la storia è impietosa con la cavalleria di Carlo, evidenziando la futilità delle leggende fiorite intorno ad essa. Quel che conta è la realizzazione dei sogno imperiale di Carlo, connotato fin dalle origini da una insolita spirituale grandezza. “Il fatto è che l'impero non è un regime politico ma un ideale”, spiega Jean Calmette nel suo saggio sul mondo feudale. “Significa l'unità dell'Occidente sotto un sovrano che esercita i pieni poteri temporali nell'interesse della repubblica cristiana. Una duplice delega divina aleggia sui fedeli... li papa e l'imperatore sono al vertice della gerarchia che presiede ai destini dei corpi e delle anime.” L'impero è la Città di Dio.

L'imperatore, per l'unzione del papa, è l'espressione terrena della visione politica agostiniana, il difensore ufficiale della fede, l'“avvocato”, il protettore riconosciuto della Chiesa. E' il detentore, in breve, del ruolo che tre secoli dopo assumerà Goffredo di Buglione dopo la conquista di Gerusalemme, prediligendo la qualifica di “avvocato dei Santo Sepolcro” a quella di re. E fatale che, al momento stesso in cui Carlo assume un ruolo storico definito, Rolando e gli altri paladini si ritraggano nelle nebbie del mito. Se la cavalleria diventa storia, ai suoi eroi non resta che rifugiarsi nella favola.

Ed attraverso la favola sopravvivono le loro gesta, intessute di fede temeraria e di evanescente purezza, ma anche di visioni inesplicabili e di passioni tormentose. Ne danno trepida testimonianza i quattromila endecasillabi della Chanson de Roland e l'intero cielo carolingio. La morte di Rolando - e il dialogo sul campo di battaglia con Olivieri, che l'esorta a desistere dal suo inutile orgoglio ed evitare un massacro chiedendo soccorso al re - è tra le fantasie più struggenti che l'immaginario cavalleresco abbia mai prodotto in letteratura.

ORIGINI STORICHE

Le origini storiche della cavalleria sono sicuramente barbariche, riconducibili all'Europa cristiana e druidica. Non esistono nel mondo antico precedenti rapportabili allo spirito e alle funzioni della cavalleria medievale, anche se in Grecia è presente fin dal VI secolo avanti Cristo una classe politica e sociale denominata ad Atene degli eupatridi, poi detti con la costituzione di Solone ippeis, cioè cavalieri, comprensiva di quei cittadini che per le loro condizioni economiche potevano permettersi il rnantenimento di un cavallo. Erano dunque cavalieri, perché in grado di servirsi anche in guerra del cavallo, anche se principalmente come mezzo di trasporto, gli esponenti di una casta ricca, prevalente anche politicamente sui ceti meno abbienti.

Con il decadere della monarchia nella civiltà ellenica, infatti, furono appunto costoro a prendere il potere attraverso la costituzione di governi oligarchici. Anche a Roma, dove la forza dell'ìmpero è nella poderosa macchina delle legioni appiedate, l'uso militare del cavallo è sporadico, e per lo più limitato afl'azione di mercenari reclutati tra le tribù barbariche assoggettate. Sono denonúnati equites, cavalieri, i cittadini appartenenti - come in Grecia - ad una classe ricca, in grado dunque di potersi concedere il lusso del cavallo. Requisiti essenziali per essere ammessi all'Ordine equestre erano un censo non inferiore ai quattrocentomila sesterzi e l'appartenenza ad una famiglia, se non patrizia, almeno “ingenua”, cioè libera da qualsiasi vincolo di servitù. Come gli ippeis greci, dunque, gli equites romani non sono niente di più di una categoria anagrafica, con importanti prerogative sociali e anche politiche.

In breve, i cavalieri costituiscono a Roma una classe distinta dalla plebe ma contrapposta a quella senatore. Prevalgono tra i senatori i grandi proprietari terrieri, mentre gli equites detengono il controllo del capitale mobiliare attraverso attività commerciali e finanziarie. Gli uni e gli altri godono di speciali privilegi, hanno diritto a posti riservati a teatro, i cosiddetti proedria, e si fregiano di un anello d'oro che ne contraddistingue il rango.

L'EROE BARBARO

Solo per gradi, con il crollo dell'impero e l'incedere dei costumi barbarici, il titolo di eques o di caballatius andò distaccandosi dall'originaria connotazione anagrafica per indicare un combattente. Non venne meno, tuttavia, l'attribuzione di nobiltà che il ruolo comportava, essendo il combattimento a cavallo segno di distinzione, data la spesa che comportava il mantenimento della bestia e dello scudiero, nonché la particolarità delle armi e dell'addestramento. L'evolversi delle tecniche determinato dall'arrivo in Occidente dei ferro di cavallo, della sella e della staffa, del tutto sconosciute ai romani ed invece familiari ai popoli nomadi dell'Asia centrale, determina a partire dal IV secolo una riscoperta decisiva dei ruolo del combattimento a cavallo. Se ne hanno i primi segni con le grandi invasioni dei goti e degli alani.

Per Bisanzio l'adozione delle nuove tecniche determina una vera e propria rivoluzione nell'arte militare. Allo stesso modo gli arabi conferiscono alla cavalleria un ruolo primario nei loro schierainenti. Ma non basta essere un guerriero a cavallo per potersi chiamare cavaliere. Gli unni non hanno rivali nella razzia e nel combattimento a cavallo, ma non sono cavalieri. L'orda vive in totale promiscuità con la bestia: gli uomini mangiano, dormono, vivono in sella, tanto che un cronista dell'epoca li scambiò per centauri.

Eppure non sono cavalieri. Franchi e longobardi cominciano in qualche modo a proporre sulla scena della storia l'immagine - non l'idea, solo l'immagine - del cavaliere. Si fa avanti con essi un indefinibile guerriero che, oltre ad essere una temibile unità da guerra, è tale in ragione di certe regole inviolabili, dalle quali non può derogare. La sua intera esistenza ne è condizionata.

Questo nuovo strano soldato, che affiora da brume protostoriche, è rozzo e violento, idealmente confuso da un paganesimo ormai logoro, eppure consapevole dell'uso cui è destinata la propria spada in quanto vincolato da un rapporto di totale fedeltà verso il signore cui deve l'investitura delle armi. Al punto che “non v'è nulla di più turpe e spregevole”, riporta fin dal primo secolo Tacito nel dare conto dell'ordine tribale germanico, “che sopravvivere al proprio capo caduto in battaglia”. Ciò spiega la compattezza della conversione cristiana di interi eserciti barbari all'unisono con il proprio re, come nel caso dell'armata franca di Clodoveo dopo la vittoria sugli alamanni nel 495 a Tolbiac.

IL NUOVO SOLDATO CRISTIANO

L'accettazione del credo cristiano da parte di questi tremendi guerrieri ne ingentilisce il ruolo attraverso nuove forme d'iniziazione, che conferiscono allo stato di fatto un accredito ideale oltre che istituzionale. Attraverso le regole che impone il rituale cristiano, in altre parole, il cavaliere smette di essere strumento di un signore per diventare strumento di un'idea. Cambiano quindi i valori cui deve sottostare la spada dei cavaliere, che non sono più quelli della cieca servitù, ma di una luminosa causa che sfugge, per il suo spessore ideale, a qualsiasi parametro terreno.

In breve, il cavaliere barbarico di un tempo, spiritualmente dirozzato dalla rivelazione evangelica, diventa milite della solidarietà e della speranza, sia pure condizionato dalla rigida ipoteca dell'investitura ecclesiastica. Non lascia dubbi in tal senso il Pontificale romanum nel sancire che la benedizione alla spada del nuovo cavaliere dev'essere impartita “affinché non danneggi ingiustamente alcuno e difenda quanto vi è di giusto e di retto”. Più specificamente, nel Pontificale di sant'Albano di Magonza è previsto che la benedizione sia impartita all'arma perchè “essa si elevi a difesa delle chiese, delle vedove, degli orfani e di tutti i servi di Dio contro il flagello dei pagani”.

Su questo terreno si pongono le basi definitive dell'ordine cavalleresco nella sua generalità. La nuova società che il cavaliere è chiamato per disciplina a difendere è la stessa nella quale operano i grandi operai dell'Occidente, costruttori di cattedrali, monaci e copiatori di manoscritti, archivisti della conoscenza perduta. Per adempiere il compito che i nuovi scenari gli impongono, l'antico guerriero deve rinunciare all'errante solitudine delle sue saghe originarie, diventando capo o gregario, ma comunque in- serito in una rigida compagine militare.

Lo farà, senza rinunciare alla sua naturale vocazione per l'avventura, finalizzata però alla realizzazione di un progetto storico complesso, nel quale l'estro individuale dovrà sempre più coniugarsi con l'iniziativa comune. Fu così che la cavalleria divenne quel che Leone Gautier definisce “la forma cristiana della condizione militare”, traendone la conclusione che “il cavaliere è il soldato cristiano” La Cavalleria, 1891).

L'ORDINE FEUDALE

L'inquadramento del cavaliere in un ordine sociale articolato su più componenti ed il suo impiego militare nell'ambito di eserciti organizzati non ridimensionarono il problema dei costi, già sensibile a livello individuale. Veri e propri reparti di cavalleria potevano essere allineati solo da ricchi proprietari terrieri, e questo spiega perché il cavaliere medievale trovi nel feudalesimo la sua collocazione naturale.

Ciò non impedi a molti gentiluomini, tuttavia, di scendere in campo autonomamente, investendo le proprie risorse in imprese di vasto respiro, come la crociata, senza collocarsi sotto la bandiera di una specifica nazione o casata. Si trattava per lo più di giovani dalle risorse esigue, nonostante la loro nobile origine, che si univano ad altri cavalieri di uguale condizione mediante veri e propri contratti, che li impegnavano a dividere oneri e profitti dell'impresa.

Nascevano così delle società di proporzioni assai ridotte, piccole confraternita con finalità di guerra e di ricavo economico, dotate di proprie insegne e gerar- chie. Si trattava in breve di organismi che riproducevano su scala minima fa struttura dei grandi ordini cavallereschi, nei quali l'elemento idealistico appariva strettamente connesse alle finalità pratiche da conseguire. Gli annali della cavalleria ne ricordano diversi, prevalentemente in Francia, quali il Tiercelet nel Poitou, la Pomme d'Or in Alvernia e la Compagnia di San Giorgio nel Rougemont

LE CROCIATE

Se l'Europa feudale fu la culla della cavalleria, le crociate ne furono il banco di prova. Anche se la partecipazione di contingenti a cavallo fu quantitativamente limitata - si calcola che i cavalieri sotto le insegne cristiane alla prima crociata non furono più di duemilacinquecento, forse tremila - ad essi toccò in ogni caso, per fama e grandezza delle imprese compiute, il ruolo di protagonisti delle operazioni che portarono alla nascita degli Stati latini in Terrasanta, comprensivi del regno di Gerusalernme, del principato di Antiochia, delle contee di Edessa e di Tiro, oltre ad innumerevoli altri terri- tori, variamente amministrato da signori feudali, compagnie commerciali, ordini religiosi e militari. In Terrasanta In questo contesto nacquero e raggiunsero la loro maggiore fortuna i grandi ordini cavallereschi degli ospitalieri, dei templari e dei teutonici.

La cui storia si distingue da quella degli altri ordini proliferati nel corso delle crociate - a cominciare da quello più che mai prestigioso del Santo Sepolcro, fondato da Goffredo di Buglione e tuttora esistente sotto l'autorità del Vaticano - per le loro prerogative istituzionali, che garantivano un'autonomia talmente vasta da farne dei veri e propri Stati sovrani.

GLI OSPITALIERI

Il primo dei grandi ordini cavallereschi sorti in funzione delle crociate fu quello degli ospitalieri di San Giovanni, oggi cavalieri di Malta, praticamente il solo che sia giunto fino a noi conservando intatte tutte le prerogative di sovranità, personalità giuridica internazionale, autonomia economica e guarentigie diplomatiche. Le origini dell'idea ospitaliera, sulla quale si costituiranno in seguito numerosi ordini cavallereschi, sono antecedenti alla prima crociata. Molto prima che Goffredo di Buglione mettesse piede in Terrasanta, i mercanti amalfitani erano riusciti ad ottenere dal califfo fatimita d'Egitto - pagando un tributo annuo - il permesso di edificare in Gerusalemme una chiesa e un ospedale, luogo di asilo e di assistenza per i pellegrini.

L'ospedale è in piena funzione, sotto la direzione di un monaco amalfitano, alla data della conquista e della successiva costituzione dei regno latino di Gerusalemme, retto da Goffredo di Buglione. Il monaco si chiama Gerardo de' Sasso o di Tune, secondo altre fonti) ed è in odore di santità per essere prodigiosamente scampato alla pena capitale, avendolo i musulmani accusato di avere lanciato pane ai crociati affamati dalle mura durante l'assedio. La gente lo chiama il Beato Gerardo. Sarà lui ad istitu- zionalizzare la mansione di soccorso ai pellegrini costituendo una confraternita religiosa 1099) che chiama Ordine ospitaliero di San Giovanni in Gerusalemme.

Non basta però prendersi cura dei pellegrini; bisogna proteggerli dalla furia dei saraceni. Così, nel giro di venti anni, da uomini di carità e di fede quali erano, gli ospitalieri diventano guerrieri. E' il successore dei Beato Gerardo, fra'Raimondo du Puy, secondo gran maestro, a trasformare l'Ordine in un'organizzazione militare. Acquista consistenza storica in tal modo la figura del frate cavaliere, dei monaco soldato, anomalia cristiana che scaturisce dalle contingenze della “guerra santa” in outremer, come le genti d'Europa chiamano gli sconfinati territori che si estendono dalle coste nordafricane, oltre la Palestina e la Siria, su per il Libano e la Persia, fin dove le conoscenze geografiche consentono all'immaginazione di spaziare.

Gli ospitalieri non sono soli. Altri monaci guerrieri si costituiscono in milizia sotto le insegne templari, teutoniche, gerosolimitane dei Santo Sepolcro. Ci sarà sempre un'aspra rivalità tra loro, ma anche un'eroica solidarietà quando si tratterà di affrontare il nemico in proporzioni talvolta di uno a cento. Considerate le loro origini, i cavalieri di San Giovanni adottano come insegna la croce amalfitana ad otto punte, che simbolizzano tra l'altro le beatitudini della fede. Lo stendardo è rosso, la croce bianca. I mantelli sono neri. Ben presto gli arabi, dopo averne conosciuto l'impeto in battaglia, li chiameranno con reve renziale timore gli “uomini neri”, così come chiameranno i templari “diavoli bianchi”. La loro fama assume proporzioni leggendarie, al pari di quella dei templari.

Ed è significativo che perfino il Saladino, avversario generoso e leale, propenso a fare grazia della vita ai cristiani catturati sul campo, poneva senza esitazione a morte templari e ospitalieri. Ne diede una crudele prova ad Hattin, dopo la disastrosa sconfitta crociata del 1187, facendone impalare o trucidare in altro snodo atroce oltre duecento. Il 1187 è l'anno tragico della caduta di Gerusalemine, che segna il primo decisivo rovesciamento di una situazione favorevole ai cristiani, che aveva permesso loro d'impadronirsi di territori sconfinati e inestimabili tesori. Gli ospitalieri si sacrificheranno in massa per difendere le mura e la chiamano gli arabi. Ed anche fra' maestro dell'Ordine, cadrà combattendo contro le orde del Saladino.

Non è il primo né sarà l'ultimo dei principi ospitalieri rimasti sul campo. L'illusione del Santo Sepolcro va sgretolandosi come le pietre delle torri atterrate. Gerusalernme sarà ripresa, poi definitivamente perduta nel 1244. Restano tuttavia da difendere gli altri principati latini d'oltremare e le loro genti. Se il regno di Gerusalemme è caduto, c'è ancora quello di Antiochia, i principati di Tiro e di Edessa, la contea di Tripoli, la fiorente Giaffa e il prezioso approdo di San Giovanni d'Acri. Ospitalieri, teutonici e templari presidiano la smisurata frontiera, resistendo alla morsa musulmana mediante sanguinose sortite da munitissimi castelli che dominano i punti nevralgici dei territorio. Ma nel 1271 la più leggendaria di queste fortezze, l'immenso Krak dei cavalieri, tenuto dagli ospitalieri, cade. Per edificare l'imprendibile Krak erano state sterrate intere montagne, enormi monoliti frantumati, abbattuti e trasformati templi in cave di pietra.

La sua perdita e lo sterminio dell'intera guarnigione ospitaliera seminano il panico nella cristianità. Ma dall'Europa non giungono soccorsi. I cavalieri di Terrasanta sono sempre più soli, mentre la morsa musulmana va irrimediabilmente stringendosi. Cadono Giaffa, Tripoli, Antiochia e la roccaforte di Margat, considerata imprendibile anch'essa. A venti anni dal disastro del Krak l'annientamento dei dominio cristiano in outremer può dirsi compiuto. Poche centinaia di ospitalieri, templari e teutonici, appoggiati da evanescenti milizie genovesi, si arroccano ad Acri, sulla costa, per permettere alla popolazione superstite d'imbarcarsi per l'Europa. Resistono oltre un mese contro centosessantamila saraceni provenienti dall'Egitto e dalla Siria, respingendo l'orda fino a quando l'ultima donna cristiana è in salvo sull'ultima nave. Nessuno dei difensori di Acri cade in mano al nemico. Ridotti a poche decine, si raggruppano su di un'unica torre, che crolla sotto l'urto degli attaccanti, seppellendoli insieme.

Il gran maestro degli ospitalieri Giovanni de Villiers è tra i superstiti imbarcati sulle navi perché feriti e inabili al combattimento. Porta le sue insegne a Cipro, dove s'insedia provvisoriamente. Bastano pochi anni per riorganizzare l'Ordine e renderlo pronto, sotto il profilo sia militare che spirituale, a riprendere la sua guerra contro l'Islam. Lo scenario non è più il deserto, non più le rocce dei valichi libanesi, ma il mare. La prima conquista degli ospitalieri tornati in armi è l'isola di Rodi, dove si stabiliscono in forze. Avvalendosi poi della consulenza di esperti navigatori ed architetti navali genovesi, approntano una flotta di agili galere dall'elegante profilo di lame galleggianti, con le quali s'impossessano di Lero, Cos, Nisiro, Calchi, Limonia, Casteirosso e numerose altre isole dell'Egeo.

Le fortune dei cavalieri di San Giovanni, divenuti ora di Rodi, sono da questo momento affidate al mare, sia per quanto riguarda i commerci che per quella che rimane la loro crociata permanente, rivolta soprattutto a contrastare la marineria turca e la pirateria barbaresca. L'Ordine può a tutti gli effetti considerarsi, in questa fase della sua storia, una repubblica marinara aristocratica ai cavalieri erano richiesti i quattro quarti di nobiltà, in certi casi i dodici quarti) su modello genovese o veneziano. Con una connotazione multinazionale in più, poiché riunisce gentiluomini provenienti da ogni paese dell'Occidente cristiano, raggruppati per evidenti ragioni di praticità in otto capitoli denominati “lingue”. Vi si parla l'italiano, il francese, l'inglese, il tedesco, il provenzale, il castigliano, l'aragonese e il portoghese.

E una ecumenica comunità militare, le cui navi battono le rotte più impraticabili, spingendosi oltre al Bosforo fino al Mar Nero. Intralciano l'azione dei corsari tunisini, ma praticano a loro volta con profitto la guerra di corsa, facendo bottino sulle rotte ottomane. Partecipano alle imprese navali più spettacolari della cristianità, quali la presa di Smirne e i frequenti sbarchi sulle coste nordafricane. La sproporzione con le forze dell'impero ottomano è però enorme. Anche Rodi è destinata a cadere. Nel 1522 Solimano II attacca l'isola con settecento navi ed un esercito di duecentomila uomini, più reparti di minatori e genieri addestrati allo scavo e alla demolizione.

Lo sbarco è preceduto da un massiccio bombardamento navale. I cavalieri cristiani sono solo trecento, più alcune migliaia di militi reclutati tra la popolazione. Resistono sei mesi, fino a quando la gente di Rodi, esausta e decimata, implora il gran maestro Villiers de l'Isle-Adam di chiedere la pace. I cavalieri ancora in vita e in grado di combattere non sono che poche decine. Ammirato di tanto valore, il sultano Solimano offre loro l'onore delle armi e la promessa che i rodioti non subiranno violenze. La popolazione, ciò nonostante, chiederà ed otterrà di seguire gli ospitalieri sulle loro navi, che fanno vela verso Candia. Segue un periodo di pena ed incertezza per gli ospitalieri, che senza ricevere alcun aiuto dai sovrani d'Europa vagano tra Candia e la Sicilia, tra Civitavecchia e Marsiglia, fino a quando Carlo V non metterà a loro disposizione Malta, chiedendo come compenso simbolico un falcone da caccia l'anno.

L'isola è infatti ricca di tali volatili. L'originale “contratto” darà vita alla leggenda del “falcone maltese”, dovuta allo smarrimento di un falco d'oro, tempestato di gemrne, inviato in dono dagli ospitalieri all'imperatore per ricambiare il suo gesto. E' il 1530. Sono passati otto anni dalla tragedia di Rodi quando gli ospitalieri s'insediano a Malta. Si trasferiscono con loro le famiglie superstiti della popolazione rodiota, che vengono chiamati dai maltesi Grech, cognome oggi diffusissimo nell'isola.

Con rapidità sorprendente, l'Ordine riprende il dominio del Mediterraneo, trasformando l'isola in una base inespugnabile. Resisterà al più spietato assedio che la storia navale ricordi, quando nel 1565 turchi e barbareschi tenteranno di ripetere con cinquecento navi e cinquantamila uomini, in prevalenza giannizzeri della guardia ottomana e predoni dei feroce pirata Draghut Pascià) l'impresa di Rodi. Basteranno a respingere gli assedianti non più di sei-settecento cavalieri dell'Ordine, appoggiati da una forza di novemila uominiarmati - meno di un quinto degli attaccanti - e per lo più civili, popolani maltesi, poco avvezzi al combattimento anche se determinati a difendere le loro case.

Tramontarono definitivamente in quei giorni le illusioni musulmane di trasformare Malta in una base per il controllo dei Mediterraneo, dalla quale muovere per invadere la Sicilia e l'Europa. Molte leggende sfiorirono, molte ne nacquero. Ebbe fine, tra l'altro, il mito di Draghut, terrore dei naviganti cristiani, ucciso su di un picco dell'isola che oggi si chiama Draghut Point. Il gran maestro Jean de la Valette, che aveva urniliato la coalizione islamica, legò da quel momento all'isola il suo nome, ordinando la costruzione di una cittadella fortificata, divenuta poi capitale maltese, che porta tutt'ora il suo nome. I cavalieri terranno Malta, dopo l'assedio, per oltre due secoli. Ma non saranno le armi dell'Islam a scacciarli dall'isola.

Sarà Napoleone Bonaparte, per impossessarsi dei loro tesori, ad infrangere nel 1798 la secolare neutralità degli ospitalieri nei confronti di ogni nazione d'Europa. La repubblica francese, a quella data, non riconosceva l'Ordine. Tutti i beni ospitalieri in Francia erano già stati confiscati, e numerosi cavalieri uccisi nei massacri rivoluzionari. Napoleone giunge all'isola con una flotta che trasporta l'intero corpo d'armata destinato alla spedizione d'Egitto ed intima che Malta gli venga consegnata. Il gran maestro Ferdinand von Hompesch ordina una difesa simbolica, poi, dopo le prime cannonate, la resa. Napoleone sbarca e depreda nel giro di poche ore le case dell'Ordine. Mentre si allontana con il suo bottino di ori ed argenti, cavalieri sorpresi isolati fuori dai loro quartieri vengono linciati da popolani eccitati dalla propaganda repubblicana.

Muoiono senza difendersi, fedeli al principio che vieta loro di levare la spada contro un altro cristiano. La presa di Malta da parte di Napoleone rimane tra gli episodi meno chiari della storia dell'Ordine. Una difesa dell'isola sarebbe stata non solo possibile ma destinata probabilmente al successo. L'Ordine aveva in mare due vascelli, una fregata e tre galere. Sugli spalti della terraferma erano allineate 1400 bocche da fuoco, tra cannoni e mortai di vario calibro. La guarnigione contava infine 332 cavalieri, 1200 armigeri dei reggimento Malta e una milizia locale di 12.800 uomini, più i battaglioni da sbarco delle unità navali, 300 fanti sulle galee e 400 sui vascelli.

Era del tutto improbabile, a queste condizioni, che Napoleone potesse avere rapidamente la meglio, senza impegnarsi in un assedio prolungato che l'avrebbe distolto dall'impresa d'Egitto. Non si comprendono dunque le ragioni della resa, a meno di non vo- lerle ricondurre all'imperativo ideale di evitare spargimento di sangue tra europei. Il resto è storia recente. La diaspora degli ospitalieri scacciati da Malta si concluse nel 1827 a Roma, dove s'insediarono per concessione di Leone XII e dove tutt'ora risiedono, pur conservan- do la storica denominazione di cavalieri di Malta.



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